Giuseppe Giusti, un poeta

di

Luigi Angeli

 

 

 

 

 

«Nessuno può scrivere la vita di un uomo se non egli stesso. La sua interiorità, la sua vera vita è conosciuta solo da lui; ma, scrivendola, egli la maschera; sotto il nome della propria vita, egli fa l’apologia di se stesso; si mostra come vuole essere visto, e non come egli è» (J.-J. Rousseau, Confessioni, a cura di S. Vernier, Paris, 1964, p. 788).

 

Per fare una biografia, attendibile, del nostro poeta – cosa che non siamo in grado di fare qui – bisognerebbe mettere a confronto i contenuti e gli stili narrativi dell’Epistolario (curato dal Martini nell’edizione uscita a Firenze, per la casa editrice Le Monnier di Firenze, nel 1932) e quelli delle Lettere familiari inedite, pubblicate dal pronipote del poeta, G. Babbini Giusti, nel 1897. Tutto questo, integrato dai frammenti autobiografici, inediti, che si trovano, ancora, nelle biblioteche Forteguerriana e Nazionale.

Ma, in entrambe le biografie epistolari, quella del Martini e quella del Babbini, non si sfugge al limite, individuato lucidamente dal Rousseau, di cadere nel gioco, in cui non si distingue più, il labile confine, tra la realtà e la finzione, tra apologia e verità.

Ripercorrere, brevemente, i momenti salienti della vita di Giuseppe Giusti può servire a capire il contesto in cui maturò la sua avventura umana e letteraria. Un’avventura che risente, ancora oggi, di riserve, distinzioni e dubbi, da parte della critica italiana. Il poeta nasce a Monsummano il 13 maggio 1809, da una ricca famiglia di proprietari terrieri. Dai sette ai dodici anni fu affidato, per essere istruito, alle cure di Don Antonio Sacchi, ma non ne ricavò nulla di buono. «Avevo sett’anni [...] stetti cinque anni con lui, e ne riportai parecchie nerbate e una perfetta conoscenza dell’ortografia, nessuna ombra del latino [...] pochi barlumi di storia non insegnata; e poi svogliatezza, stizza, noia, persuasione interna di non essere buono a nulla». Nel 1821, il nostro giovane studente frequenta il collegio Zuccagni Orlandini di Firenze, uno dei migliori del Granducato, dove vi rimane circa dieci mesi; incontra Andrea Francioni, il suo padre-maestro. Un momento fondamentale per la sua formazione intellettuale. «Nella sua scuola non si sentivano urli né strepiti, non carnificine, né invidie [...]. Lo studio era diventato un divertimento; perfino quello della lingua latina [...]. Dieci mesi stetti con lui, ma mi bastarono per sempre». Finito l’anno scolastico, l’istituto chiuse e il nostro futuro poeta dovette trasferirsi, nel novembre del 1822, nel Seminario e Collegio Vescovile di Pistoia; inserito nella classe di “umanità”, corrispondente al nostro attuale liceo, dopo un breve periodo, nove mesi, ne uscì con un attestato abbastanza lusinghiero,1 che però non ci dice niente della sua formazione culturale:

 

«A dì 31 luglio 1823

 

Attestasi da me infrascritto, come il Sig. Giuseppe Giusti, nei nove mesi che è stato nella mia camerata, ha dato segni non equivoci di ottima indole; ed è stato docile, ubbidiente, e studioso.

 

Gregorio Brunetti

 

Prefetto nel Seminario,

e Collegio Vescovile di Pistoia».

 

 

Il padre del poeta, Domenico, non soddisfatto dell’esperienza pistoiese, riesce ad inserirlo, nell’estate del 1823, nel Real Collegio Carlo Lodovico di Lucca. L’istruzione ricevuta nel Collegio Vescovile di Pistoia era stata talmente carente, che il giovane, «docile, ubbidiente e studioso», dovette riprendere gli studi da un gradino più basso, dalla classe di grammatica. Nei due anni circa, 1823-1825, che il Giusti rimase a Lucca, si esercitò, senza riserve, nella versificazione, inviando al padre sonetti dal gusto epico-lirico, frutto più degli studi accademici della scuola che della sua vera natura creativa. A sedici anni, siamo nel 1825, scrive al padre, polemizzando con il gusto letterario del momento e, con un impeto radicale, irriverente, si scaglia contro il romanticismo foscoliano. «È inoltre sorto in oggi, un certo entusiasmo per certe cose che fanno vomitare. Vi è [...] un picciolo opuscoletto, ossia raccolta di lettere di un certo Jacopo Ortis, le quai se tu leggi sentiraivi che tratto tratto, vi sono delle cose che, al dire dei moderni, incantano, le quai sarebbero, mi sparpaglierei il cervello quando penso ecc.; [...] Miseri farnetici! Io vi compatisco; leggete, leggete Botta piuttosto che quella veramente corbelleria di Ortis, leggete Botta, e troverete [...] non sparpagliamenti di cervello [...], ma descrizioni di battaglie, e sparpagliamenti di eserciti, anzi di stati, anzi di nazioni, ed anzi quasi metà del mondo. Che importa a noi se un corbello, un pazzo, vuole per amore sparpagliarsi il cervello [...]». Il ribelle, il contestatore, apprese pochissimo, anche in questo collegio: sufficiente in italiano, ma debole in latino. Tornato in famiglia, a Montecatini, si mise a studiare per prepararsi all’esame d’ammissione all’università di Pisa, dove si iscrisse, «di contraggenio» alla facoltà di Diritto, nel novembre del 1826. Per tre anni, Giuseppe Giusti, lontano dalla famiglia, frequenta salotti, bettole, biliardi, teatri, casini e, soprattutto il famoso caffè dell’Ussero, dove improvvisa, a braccio, “scherzi”, “rabeschi”, tra gli applausi e i consensi della gente. Oppresso dai debiti e, infiacchito dalla vita bohémienne, sostiene solo l’esame di filosofia. Richiamato dal padre, a Pescia, dove si era trasferita la famiglia, si annichilisce nell’ozio e nella noia, solo l’amore riesce a rischiarare l’orizzonte grigio della vita di paese. Allaccia una relazione amorosa, protrattasi fino al 1836, con la signora Cecilia Piacentini di Pescia: fu un amore travolgente e corrisposto, non solo fatto di poesie e sospiri. «I miei passi andavano piuttosto verso i giardini di Valchiusa, che verso gli orti del Berni». Nella prima metà di novembre del 1832 il Giusti torna a Pisa per riprendere gli studi interrotti da tre anni. Aveva fatto col padre un patto solenne: avrebbe studiato sul serio e nei tempi dovuti, ma le cose non andarono proprio così. Una sera, di febbraio, nel 1833, al Teatro dei Ravvivati (ora Teatro Rossi) di Pisa, molto frequentato dagli studenti universitari, in onore della cantante Rosa Bottrigari, famosa per le sue idee liberali, si distribuirono delle poesie, che dettero nell’occhio agli agenti di polizia. La Bottrigari era giunta a Pisa da Bologna; e quella sera si presentò in scena, a fianco del famoso tenore Poggi, con una ghirlanda di fiori tricolore. Fu un tripudio, un delirio di urla, inneggianti all’Italia libera.

Il rumore di quella serata giunse a Firenze: il Giusti, con altri compagni, venne invitato dalla polizia a fornire spiegazioni in proposito. Seppe rispondere efficacemente all’auditore Lami, negando di trovarsi al teatro, nella sera incriminata. «Come non eravate al teatro, – gli rispose il commissario – se trovo il vostro nome nella lista degli accusati?». «Può essere – replicò – che i birri e le spie mi abbiano tanto nell’animo, da vedermi anche dove non sono. Quella sera l’ho passata in casa Mastiani».

Dire la verità non lo salvò dal divieto di presentarsi all’esame di laurea, che sostenne invece, più tardi, nel 1834, nella sessione giugno/settembre.

Il soggiorno pisano e non solo questo incidente – basti pensare agli echi della rivoluzione parigina del luglio del 1830, i fatti di Modena del 1831 –, furono determinanti per la formazione della sua personalità e della sua poetica. Ne sono prova le sue poesie La ghigliottina a vapore (1833), in cui vengono scagliate le prime invettive contro Francesco IV di Modena, e Rassegnazione e proponimento di cambiar vita (1833). In ambedue, ma specialmente nella seconda, il Giusti affila la sua arma più efficace: l’ironia.

Dopo il conseguimento della laurea in giurisprudenza si stabilisce a Firenze. La città non gli fu, dapprima, un soggiorno gradito: il clima non gli si confaceva, e pare non gli si confacesse molto neanche il carattere dei fiorentini, che accusava, fra l’altro, di farsi pagare troppo la «gentilezza attica». Firenze, comunque, non mancava di svaghi; c’era sempre un gran via vai di stranieri, francesi e inglesi: numerosi i ritrovi eleganti, i ricevimenti, i balli. «Ogni sera grandi scialacqui e grandi spese: rosbif divorati, bottiglie di Sciampagna asciugate». Firenze era in realtà il soggiorno ideale per lui, il miglior osservatorio che egli potesse desiderare ai fini della sua arte, della sua satira; era l’ambiente più rispondente al suo gusto di vivere, immerso nel mondo letterario, politico e galante. La città era uno dei centri più cosmopoliti d’Italia, più della stessa Roma; vi giungevano gli intellettuali e gli artisti più affermati d’Europa. Non c’era libertà di stampa, ma c’era libertà di lettura e di «chiacchiera». Non si poteva stampar nulla senza subire i rigori di una censura cinica e intransigente, ma chi andava a stampare fuor dei confini, aveva poche noie da temere, mentre le opere clandestine più eversive entravano nel Granducato di contrabbando e vi si diffondevano, a dispetto della polizia. A Firenze, la diffusione dei versi giustiani era ristretta alla cerchia degli amici, ai quali, il poeta, recitava direttamente i suoi lavori (accettando suggerimenti e correzioni). Di ritorno da un soggiorno a Siena, in casa di amici, il Giusti era giunto, all’alba, a Firenze, molto affaticato. Entrato in casa, si era gettato sul letto e si era addormentato profondamente. Dopo poco, svegliatosi all’improvviso, vide la camera piena di fumo, e un gran puzzo di carta bruciata. «Arrivai ad estinguere il fuoco senza chiamare aiuto. [...] Molti libri miei e d’altri sono perduti irreparabilmente; appunti, abbozzi, studi di vario genere, e segnatamente note prese di proverbi e d’altre cose attenenti alla lingua sono andate in fumo. [...] Questi miseri rimasugli sono là tuttavia in un canto, e non ho cuore per ora di metterci le mani; pure bisognerebbe che me li togliessi dagli occhi, perché non posso ripensarci senza fremere dal fondo delle viscere». Nello stesso anno, a Monsummano, assiste, con amore, l’amatissimo zio Giovacchino, fino alla morte, che sopraggiunge nel maggio del 1843. Non erano passati pochi mesi che un nuovo colpo aggravò la salute del poeta. Una domenica di luglio, in Via dei Banchi, a Firenze, mentre passava davanti al Palazzo Garzoni, lo assalì un gatto infuriato. «Mi graffiò e mi morse senza intaccarmi la pelle, bensì mi lasciò nella gamba sinistra l’impronta dei denti [...]. A dirtela, ebbi una paura del diavolo, non lì nel momento, ma dopo; e per l’impressione ricevuta e per quello che poteva accadere, perché m’accertai che era idrofobo». L’idrofobia gli aveva fatto sempre, fin da ragazzo, un terrore indicibile. Alla fine di gennaio del 1844 egli poté finalmente partire, con la madre, per Roma e Napoli. Si trattenne a Roma pochi giorni, data la pessima stagione; il 9 era già a Napoli e prese alloggio in Via Toledo. Fu accolto con tanta cortesia, la fama delle sue poesie lo aveva preceduto, «che dopo pochi giorni gli pareva d’esser nato là». Il Giusti si trattenne a Napoli oltre un mese: il tempo «diabolico» gli impedì di godersi in pieno la vista del Vesuvio tutto avvolto da una nebbia così folta che, per quanto il vulcano fosse in eruzione, non gli permise di vedere «neppure un razzo di fuoco». Il poeta, a Napoli, strinse molte amicizie, prima fra tutte con Gabriele Pepe, che nel 1826 aveva avuto a Firenze il famoso duello col Lamartine; con Carlo Poerio, poco dopo arrestato, quale complice dei fratelli Bandiera, e col fratello di lui, Alessandro Poerio. Intanto, il male sconosciuto, che da più di un anno gli stava addosso, lo aveva agitato in un alternarsi di brevi riprese e di lunghe ricadute; quando credeva di essere lì per trovare un po’ di salute, era a un tratto ricacciato nelle sofferenze e nell’angustie morali. Aveva dovuto mettere da parte gli studi, e pensare, più concretamente, alla propria salute. Ma un altro nemico, a suo dire, gli turbava, non poco, il sonno. I suoi scherzi, i suoi «ghiribizzi», appunto perché in gran parte affidati alla diffusione orale, o a quella di manoscritti ricopiati molte volte, e non sempre con diligenza, subivano spesso modificazioni e tagli, o si allungavano in appendici.

«L’ultima batosta – scriveva al Vannucci, il 14 settembre 1844 – avuta a Livorno fu così inaspettata e così fiera, che io credeva di dover finire inchiodato in un fondo di letto». A sua insaputa, nel 1844 a Lugano, venivano pubblicate alcune sue poesie, ad opera di un anonimo editore, forse ben intezionato, ma non troppo scrupoloso (Poesie italiane tratte da una stampa a penna, Italia, 1844). L’edizione, curata da Cesare Correnti, che ne dettò la prefazione, fu pubblicata a spese del Ciani, presso la Tipografia della Svizzera Italiana a Lugano; ma, dapprima, fu attribuita, erroneamente, alle cure di Giuseppe Mazzini. Il Giusti se ne risentì vivacemente e, infatti, subito dopo, dava alle stampe i Versi nell’edizione di Livorno (Versi di Giuseppe Giusti, Livorno, Tipografia Bertani e Antonelli, 1844), nella cui dedica alla marchesa Luisa D’Azeglio manifestava il suo sdegno contro lo «stampatore sfrontato e disonesto». Del libretto, mandò molte copie agli amici, dolente di non aver potuto produrre qualcosa di più ampio. Per consolidare la sua fama di poeta, nell’anno seguente, 1845, il Giusti, fece pubblicare dalla tipografia Fabiani, di Bastia, trentadue dei suoi «scherzi». Questa raccolta non portava il nome dell’autore, ma ormai tutti erano a conoscenza della paternità di quei versi (Versi, Bastia, Tipografia Fabiani, 1845). Nell’agosto del 1845, convinto dall’amico Giovanbattista Giorgini, il poeta di Monsummano si decise a partire, in compagnia della marchesa D’Azeglio e della Vittorina Manzoni, figlia di Alessandro Manzoni, per Milano, «senza un cencio di passaporto, senza un soldo in tasca». Grande curiosità ed interesse suscitò l’arrivo a Milano del Giusti. I versi pubblicati a Bastia correvano per tutte le mani, rispondendo alle attese dei sentimenti di libertà e d’indipendenza che pervadevano il paese da sud a nord. Il Manzoni accolse il «toscano Aristofane» come un suo pari, e lo volle ospite per tutto il tempo del suo soggiorno in Lombardia (circa un mese): «Che pace – scriveva il poeta – che amore, che buona intelligenza tra loro! In Alessandro non so se sia maggiore la bravura o la bontà; l’unico che mi rammenti d’aver conosciuto sul taglio di lui, è il Sismondi». A Milano il poeta conosce gli scrittori e gli intellettuali della cerchia manzoniana: Tommaso Grossi, Giovanni Torti, il Rosmini, gli Arconati, i Litta-Modigliani, Luigi Rossari. Il Manzoni aveva apprezzato il Giusti prima ancora di conoscerlo personalmente. Rispondendo ad una lettera del Giusti (in data 8 novembre 1843) che gli chiedeva un giudizio sulle sue poesie, così si esprimeva: «Son chicche che non possono esser fatte che in Toscana, che da Lei; giacché, se ci fosse pure quello capace di far così bene imitando, non gli verrebbe in mente d’imitare». Era la prima consacrazione letteraria avuta dal poeta da un grande scrittore.

Dopo le produzioni poetiche del 1844 e del 1845, pubblicò una terza edizione nel 1847 (Nuovi versi di Giuseppe Giusti, Firenze, Tipografia di T. Baracchi, 1847) che ebbe un successo strepitoso di pubblico e di mercato. Scriveva in quei giorni il Giusti alla marchesa Luisa D’Azeglio: «Le cose nuove mi consolano molto. Sapete che anch’io coi miei piccoli ferri ho cercato di tener vivo il fuoco quando pareva semispento [...]. Il paese da morto che era si è riscosso generalmente».

Gli ultimi anni della vita di Geppino (1848-1850), come lo chiamava, affettuosamente, Alessandro Manzoni, furono contrassegnati dalla grande illusione di un’Italia finalmente libera e dalla disillusione, dovuta al mancato accordo tra i sovrani italiani, nella conduzione della guerra d’indipendenza: prevalsero la ragione di stato e i conflitti interni tra repubblicani e democratici. Ci fu, da parte del poeta, un timido affacciarsi alla finestra della politica: nel 1847 viene eletto, a furore di popolo, “maggiore” della guardia civica di Pescia,  e nel 1848 deputato all’Assemblea legislativa toscana. Si chiude, definitivamente, questo incidente di percorso, in quanto la politica, nel suo aspetto più pragmatico della parola, era estranea alla visione del mondo del Giusti. Unica nota lieta, in questo periodo, la nomina (nel 1848) del Giusti ad accademico della Crusca. Benché amico di molti accademici, il Giusti, non era mai stato tenero con le Accademie, contrario a tutto ciò che potesse «limitare in qualche modo, anco indiretto, il libero esercizio delle sue facoltà intellettuali». Muore il 31 marzo 1850 nel palazzo dell’amico carissimo, Gino Capponi, in via San Sebastiano, soffocato dal sangue per la rottura di un tabercolo polmonare.

Questo è il tracciato del profilo biografico del Giusti, che può aiutarci a capire l’origine e lo sviluppo della sua poesia. Sono passati centocinquanta anni dalla morte del Giusti. Ci sono state, puntualmente, le celebrazioni del 1900, del l909, del 1950 e del 2000. Ci sono stati i convegni del 1973, Giuseppe Giusti e la Toscana del suo tempo, e quello del 1994-95, Giuseppe Giusti. Il tempo e i luoghi. Quest’ultimo convegno, i cui Atti sono stati stampati da Olschki nel l999, viene considerato il punto più avanzato della ricerca sull’opera giustiana. Sono stati scritti, dall’Ottocento ad oggi, metri cubi di carta per inquadrare questo scomodo personaggio, considerato dalla “borsa valori” della critica italiana linguaiolo, moderato, piccola mente, prosaico, mediocre, ambiguo, senza trovare un’adeguata collocazione, della sua poesia e della sua prosa nella storia della nostra civiltà letteraria. Dal 1960 circa, fino al 1995 – quasi quarant’anni – Luigi Baldacci, il referente ufficiale della ricerca giustiana, e la critica letteraria accreditata, sembrano suscitare le solite domande: Giusti è un poeta o non è un poeta? È un grande poeta o è un piccolo poeta? Oppure, per annacquare la problematicità del tema, perché non individuare un Giusti maggiore, che risente di Dante e, un Giusti minore, un po’ scarico di vena satirica, che toscaneggia col Manzoni. «Quel che conta è che si faccia – afferma Baldacci – una differenza tra i due e tra i due tempi». E aggiunge, più avanti, confermando la categoria dei «due tempi», per spiegare l’origine della satira giustiana: «In un primo tempo la sua espressione fu quella del ribelle ed egli scese in campo contro la società patriarcale, paterna e paternalistica rappresentata dal governo granducale; in un secondo tempo decise che il dovere più immediato e urgente era di correre in soccorso della patria, cioè  della madre, oppressa e umiliata, e fu il momento quarantottesco». E per concludere, prosegue, sempre il Baldacci: «[...] Con un’avvertenza finale: che tutto questo non spiega la poesia del Giusti; che ha in sé e solo in sé la sua ragione formale, ma può spiegare se ci si crede, la sua non-poesia» (Luigi Baldacci, Il destino del Giusti, in Studi Italiani, anno VII, fasc. 1, 1995). Abbiamo virgolettato questo giudizio finale del critico onde evitare interpretazioni arbitrarie e soggettive, ma quanto affermato dal Baldacci ha il sapore, dico sapore, di una sosta per affanno. È una sosta un po’ lunga, circa quarant’anni, che evidentemente, nonostante tutte le migliori intenzioni critiche, non ha eliminato del tutto i dubbi, i pregiudizi sulla natura della poesia del nostro poeta. Ritorna in ballo la non-poesia? Speriamo di no. Eppure, bisogna riconoscere al Baldacci che parlando della fortuna/sfortuna del Giusti ne individuò le cause, con chiarezza e sintesi, come conferma Lucio Felici (L’ambigua presenza del Giusti in Giuseppe Giusti. Il tempo e i luoghi, Firenze, L. Olschki, 1999): «[...] e io condivido senza riserve – scrive il Felici – i suoi giudizi circa le cause dell’oscillante e ambigua fortuna del Giusti: l’equivoco risorgimentale del “poeta patriota”; le incomprensioni crociane e le forzature del dottrinarismo marxista (E. Sereni, La poesia del Giusti e il moderatismo toscano, Roma, 1948, in “Quaderni di Rinascita”, I), il pregiudizio che ha gravato a lungo sulla satira come genere minore». Questa lucida analisi dove ci porta? Non vorremmo ritornare all’equazione, scongiurata dai più, di satira critica uguale non-poesia. Nel tentativo di dare una collocazione alla produzione letteraria giustiana, Aldo Borlenghi, nel suo saggio, Giusti e la poesia giocosa-satirica nel primo Ottocento, edito nel 1990, suggerisce una scorciatoia, abbastanza logora nella critica: un Giusti evoluto e un Giusti involuto. L’anno di svolta sarebbe il fatidico 1845. L’anno della conversione, si fa per dire, alla ideologia moderata del Manzoni e del Capponi. Lo stesso Borlenghi, per meglio definire la poetica giustiana, introduce, come unità di misura del nostro «uomo senza qualità», il concetto di «mediocrità», già usato dal Sapegno, nel lontano 1950, Slanci e mediocrità nella poesia civile del Giusti, in L’Unità, 20 aprile 1950. E cosa intende per mediocrità il nostro critico, il Borlenghi: «La mediocrità è il rilievo più costante che esce da una lettura della poesia del Giusti, come dalla valutazione della sua opera nel quadro della cultura, degli interessi e indirizzi pubblici da cui trasse occasione, e dal ritratto dell’uomo, delle vicende biografiche». Non viviamo, forse, più o meno tutti, nella santa mediocrità, che ci permette di sostenere il peso del vivere, dell’indagare, del cercare senza avere la certezza di un punto di arrivo preciso. Cerchiamo, con tutte le forze, con le nostre contraddizioni, con le nostre insicurezze, di scoprire qualcosa di noi, la parte sconosciuta di noi, la nostra ambigua identità. Se ciò vale per noi perché non può valere per il poeta, per la sua opera, per la sua ricerca a più dimensioni. Non ho capito bene cosa voglia dire la presenza ambigua del Giusti in Pirandello, Palazzeschi e Gadda, che il Felici sottolinea con la penna blu (L’ambigua presenza del Giusti, in Giuseppe Giusti. Il tempo e i luoghi, Firenze, Olschki, 1999). Che cosa c’è d’ambiguo nel trovare tracce di un poeta nella propria opera: «[...] il Giusti continua a vivere, a essere presente nelle pagine del Novecento. Con incerta fortuna; con imprecisa, sospetta identità». Il povero Giusti è, nel bene e nel male,  patrimonio, specchio feroce, con la sua opera letteraria, della nostra cultura. La sua mediocrità, le sue ambiguità, presunte o vere, da un punto di vista letterario ed umano, sono una continuità col nostro modo di essere. La sua poesia è riuscita a esprimere e a rappresentare, con parole, ritmi, invenzioni e forme, il nostro io collettivo, che nessun trattato socio‑antropologico, saprebbe fare meglio.

In questi lucidi esempi di lavoro analitico sulla produzione giustiana, non si riesce mai a capire la metodologia usata, né gli strumenti usati, né le ipotesi che vi stanno dentro: sono flussi mentali descrittivi, soggettivi. Ma non ci può essere un confronto fra gli studi se non si hanno chiari questi punti di partenza (oggetto dell’indagine, ipotesi/tesi da dimostrare, metodologie e strumenti). Per quanto riguarda il Giusti è dal 1974, credo, che la cultura accademica, si dibatte se valga la pena, o meno, di dare avvio all’edizione critica degli “scherzi”. Impresa, non facile, è evidente, come dice la Luciani, data la mole del materiale, da sistemare filologicamente; ma se non si parte da lì, i metri cubi di saggi si accumuleranno, inesorabilmente, sul tavolo della poesia, senza sciogliere il nodo della centralità dell’opera giustiana. A tutt’oggi, come è già noto, esiste solo un tentativo filologico. Si tratta di una tesi di laurea, elaborata da Alidina Marchettini su I manoscritti delle poesie del Giusti nella Biblioteca Nazionale, nell’anno accademico 1972/73, guidata dal prof. Domenico De Robertis, illustre filologo. Questa esperienza, unica, a parte i tentativi parziali, del Mineo e del Falaschi, è forse il sintomo della paura di fare i conti con la nostra ambiguità di intellettuali e di uomini, che non vogliono prendersi carico di rimettere il poeta, l’uomo senza qualità, al posto che gli spetta nella nostra letteratura? Fortunatamente la poesia, la satira giustiana, che non è un genere spurio o inferiore, non è bassa letteratura, vive di vita propria e, non aspetta i consensi e i dissensi degli addetti ai lavori. Gingillino è centrale con la sua carica di verità scomode, con la sua carica di umanità fragile, debole, ipocrita. È lo specchio di un’umanità senza progetto, senza respiro, che vive delle proprie muffe nascoste, dei viaggi mai intrapresi. Il Gingillino non è l’etica della provincia o delle periferie: è fuori del tempo.