Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 268

Lorenzo Tibaldo

Gli italiani (non) son tutti così. Le speranze deluse nella storia d’Italia.

ISBN 978-88-7588-203-7, 2017, pp. 176, formato 140x210 mm., Euro 15 – Collana “Divergenze” [54].

In copertina: Luciano Fabro, L’Italia, 1968.

indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

William Henry “Bill” Mauldin è un ventiduenne soldato americano di fanteria, sbarcato in Sicilia con la 45a Divisione, nonché un eccellente caricaturista. Le sue vignette satiriche sulla guerra gli valgono il premio Pulitzer nel 1945.1

Mauldin, nelle sue righe descrittive sulla vita degli italiani, offre lo spunto per le pagine di questo volume: «L’Italia mi fa venire in mente un cane travolto da un’automobile perché l’aveva rincorsa per mordere le gomme. […] Il paese appare come gli fosse passato sopra un gigantesco rastrello, da un capo all’altro, e mentre tu vai avanti col rastrello, ti chiedi se hai lasciato qualcosa dietro»2.

Il cane che vuole mordere lo pneumatico ci riporta all’incapacità nella storia del nostro Paese di perseguire con la dovuta coerenza mete non velleitarie, propagandistiche e di facciata, bensì valori, ideali ed emozioni di una vita collettiva comune, di una “religione civile” capace di edificare la “République” così come viene intesa in Francia.

Termine che non significa soltanto l’appartenenza a un territorio unito da una tradizione culturale, storica, politica e civile, ma una comunità che crede e si impegna per una causa comune, un’adesione consapevole dei suoi cittadini a una rete di appartenenza che resta stabile e va oltre i cambiamenti di governo che possano avvenire.

Nel corso dei secoli, le punte violente del rastrello hanno scosso più volte l’Italia, molte caratteristiche importanti e fondanti di una comunità nazionale sono andate perdute, mentre sono stati ribaditi atavici tratti negativi della nostra storia.

Il senso di smarrimento è diffuso nel vedere, in questi decenni (e non solo), il progressivo sgretolamento del tessuto politico, sociale e culturale in cui si dibatte il nostro Paese.

C’è chi si rinchiude nella ormai conosciuta affermazione che «gli italiani son fatti così», tanto vale adattarsi e accettare questo stato di fatto, “navigare”, ognuno per sé, nel mare in burrasca. C’è chi invoca l’uomo della provvidenza, l’uomo forte (evidentemente immemore del recente passato…), per mettere in riga questo popolo ribelle e inaffidabile, pronto però a ribellarsi al primo richiamo al rispetto delle regole o delle leggi. Come sempre: libertà per sé, limiti e prescrizioni per gli altri.

Infine, c’è chi si illude che sia sufficiente un cambio di compagine governativa, una nuova maggioranza politica, un grande movimento di massa come panacea di tutti i mali italiani, per poi cadere nello sconforto quando questo non accade e ogni speranza si affossa in una palude dove tutto cambia affinché nulla cambi, riportandoci al Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Potrebbe sembrare che le pagine che seguono vogliano condurci a un pessimismo senza sbocco, a non vedere lo spiraglio di luce che indica l’uscita dal tunnel, portandoci verso l’accettazione dello stato presente della realtà.

L’intento è opposto: respingere l’idea che tutto sia colpa degli italiani, destinati a rimanere in questa immodificabile ed eterna situazione.

Non bisogna dimenticare la lezione di Fernand Braudel nella sua prefazione a Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, nell’articolo La Longue durée3 del 1958. Lo storico francese propone la scomposizione del tempo storico nei suoi diversi ritmi più o meno rapidi, come le stratificate velocità delle correnti marine che si sovrappongono: il tempo rapido degli avvenimenti (le increspature della superficie dell’acqua), quello medio legato alle congiunture (le correnti sottomarine) e infine il tempo lento della lunga durata (le profondità degli abissi).

È intenzione, con quest’opera, di illustrare che la persistenza di alcuni nodi della storia italiana, difficili da sciogliere, è dovuta al fatto che essi affondano le loro radici nelle correnti più profonde del nostro passato: solo quando queste correnti muteranno, potranno crearsi le condizioni per cambiamenti significativi nella società italiana.

Comprendere questo non significa cadere nell’impazienza o nella rassegnazione, bensì dotarsi di perseveranza nell’impegno civile e politico, rivolgendo lo sguardo verso un, seppur non vicino, orizzonte.

Il passato condiziona il presente, ma non è un testamento vincolante che lo incatena per sempre, anzi lascia aperto lo spazio all’atto di volontà e di libertà, per cambiare e costruire un futuro diverso.

Non solo gli italiani non son tutti fatti così, ma anche coloro che lo sono potranno, con il tempo, cambiare.

1 Cit. in Emilio Gentile, In Italia al tempo di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri, Mondadori, Milano 2014, p. 327.

2 Ivi, p. 328.

3 Cfr. Fernand Braudel, Histoire et Sciences sociales: La longue durée, “Annales. Économies, Sociétés, Civilisations” 4, XIII (1958).

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