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Cat.n. 537

Mrrio Guarna

L’oscura evidenza. In prossimità di Eraclito. Introduzione di Andrea Gentile..

ISBN 978-88-7588-440-6, 2026, pp. 128, formato 130x170 mm., Euro 15 – Collana “coralli di vita” [5].

In copertina: Adolph Gottlieb, Untitled (Senza titolo), disegno a inchiostro rosso e nero su cartoncino, 1961.

indice - presentazione - autore - sintesi

15

Introduzione

di

Andrea Gentile

Questo volume di Mario Guarna, L’oscura evidenza. In prossimità di Eraclito, si colloca nell’orizzonte di un pensiero che non intende appropriarsi del logos, ma sostare, riflettere e orientarsi al confine, nell’intervallo in cui il comprendere si lascia coinvolgere da ciò che accade. L’«oscura evidenza» designa questa soglia: ciò che è comune e manifesto, ma insieme inafferrabile per chi voglia fissarlo e determinarlo in una definizione. È ciò che si mostra a tutti e, tuttavia, si sottrae a ogni tentativo di riduzione a oggetto di rappresentazione o di concetto. Il volume non si offre come commento o parafrasi dei Frammenti, ma come pratica del pensare che sceglie di collocarsi in prossimità: accanto, in contatto, ma senza sovrapposizione, nella consapevolezza che il logos eracliteo non si possiede, bensì si abita come principio “comune” (xynon) che attraversa ogni cosa e si disvela soltanto a chi sa ascoltarne la misura nel divenire del tempo.

Il titolo stesso del libro racchiude un paradosso decisivo: oscura evidenza. Oscura, perché il logos non si lascia rinchiudere in un concetto, né addomesticare da un metodo; evidente, perché è ciò che già accade, ciò che è “comune”, l’aprirsi del mondo alla vista di tutti. La prossimità che Guarna esercita è «un’arte del lasciare apparire»: un avvicinarsi senza appropriazione, un mostrare senza saturare, un sostare vigile presso il fluire delle cose, «lasciandole accadere, così come accadono».

La struttura del libro – dalle brevi scene di Phronein e Affine al cielo fino alle chiose narrative di Conoscenza incosciente – è dichiaratamente performativa. Ogni capitolo mette in scena un gesto, un oggetto, una figura: il vaso e il suo vuoto, l’ombra, il perno della porta, l’arco e la lira, il mare e le onde, il fuoco del pritaneo, gli astragali dei fanciulli, lo specchio d’acqua, in cui il riflesso si fa soglia tra il visibile e l’invisibile. Non si tratta di allegorie illustrative, ma di figure ermeneutiche: dispositivi minimi che invitano il lettore ad una disciplina dello sguardo e dell’ascolto. Come nei Frammenti eraclitei, ciò che conta non è la definizione, ma l’indizio; non la dottrina, ma l’innesco. La prosa di Guarna fa così risuonare – senza mai imitarla – la léxis di Eraclito: tagliente e paradossale, capace di affermare e disdire nello stesso respiro, di «rivelare velando» (phaneròn kryptomenon). L’espressione «rivelare velando» traduce non solo il senso letterale, ma anche l’intenzione profonda del frammento eracliteo: la “verità” (alétheia) non è qualcosa che si mostra una volta per tutte, ma si manifesta nel suo stesso celarsi; ogni apparire implica un tratto di sottrazione, ogni luce porta con sé la sua ombra. La verità, dunque, non è un possesso stabile, ma un evento: l’accadere stesso di una tensione tra il mostrarsi e il nascondersi. L’immagine del “velamento” non va intesa come ostacolo alla rivelazione, bensì come sua condizione di possibilità. Se tutto fosse pienamente svelato, nulla apparirebbe: il “disvelamento” presuppone sempre una porzione di “oblìo” (lethe), un fondo che resta nell’ombra. In questo equilibrio paradossale, Eraclito istituisce una logica della soglia, in cui l’essere si dà solo nella misura in cui si ritrae.

Dire «rivelare velando» significa allora riconoscere che ogni manifestazione è già una forma di occultamento, e viceversa: il mondo si svela nel suo stesso velarsi, e il velarsi diviene, a sua volta, una modalità del mostrarsi entro il fluire del tempo.

Facendo riferimento a questo concetto espresso nei Frammenti di Eraclito, il volume si articola attorno a tre nuclei tematici fondamentali tra loro correlati.

a) L’unità differenziale degli opposti

Dal motivo giorno/notte alla coppia arco/lira, l’autore riprende ciò che Eraclito chiama «armonia invisibile» (harmonie aphanes): non una sintesi conciliativa né una fusione indifferenziata, ma una coappartenenza dinamica e tensiva, un’unità non apparente, che non elimina la differenza ma la custodisce. L’armonia “invisibile” è una tensione vitale tra contrari, misura nascosta nell’ombra che ordina il divenire. «Dicendo giorno dici anche notte»: la formula, che ricorre in Consistenze e in Mutazioni silenti, scongiura tanto il sincretismo che appiattisce quanto il dualismo che separa. L’orientamento è quello di un pensare insieme, capace di accogliere l’«uno differendo da sé stesso» (hen diaphéron heauto, DK 22 B10), cioè l’unità che si mantiene attraverso la tensione degli opposti e di sostare nella polarità senza forzarla in un tertium. L’immagine della porta – equamente aperta da entrambi i lati – traduce figurativamente questo principio: la giustizia del pensiero risiede nell’equità dei possibili, nella capacità di non oscurare ciò che resiste alla nostra inclinazione. La soglia, qui, non è luogo di indecisione, ma campo di coappartenenza, spazio in cui gli opposti si manifestano come reciproca­mente necessari.

b) Il logos come condizione di comprensibilità, non come contenuto

In molte pagine – soprattutto in Affine al cielo, L’interezza del vuoto, Osservazioni celate – la domanda «che cos’è il logos?» viene sospesa, o meglio trascesa, in favore dell’esercizio stesso del pensare. Il logos non è un “oggetto” di conoscenza, ma il “campo” in cui ogni cosa accade e si mostra nel fluire del tempo: «qui e altrove», «senza forma né colore», «senza nascita né tramonto». Come il cielo che accoglie le nuvole senza trattenerne le orme, il logos è il “medium” dell’apparire, non il suo fondamento ontico. Di conseguenza, osservare diviene più originario che definire: l’osservazione, sottolinea Guarna, è “marginale” non per debolezza, ma perché si orienta ai confini, ai passaggi, alle modulazioni minime del reale. È nel margine che si rivela l’«oscura evidenza»: ciò che, pur essendo manifesto, eccede ogni concetto. Non un ossimoro, dunque, ma la cifra stessa del logos: illuminare senza abbagliare, rivelarsi nel velarsi, dire soltanto «all’occorrenza».

c) L’etica della non–parzialità

Se il logos è “comune” (xynon), il pensare che gli è conforme non può fissarsi in posizioni. La virtù non è l’assertività, ma la disponibilità: piegarsi a ciò che la circostanza domanda, cancellare ogni rigidità, abitare il framezzo – il perno – che consente il passaggio fra gli opposti. L’immagine del perno, che «non si irrigidisce né nella discesa né nella salita», indica una postura adogmatica, capace di muoversi con il divenire.

In questo senso, l’ingiustizia non risiede nel conflitto, ma nella rigidità che arresta il fluire e tradisce la coappartenenza degli opposti. La scrittura di Guarna è un’arte nell’orizzonte della díke eraclitea, la giustizia della misura che custodisce il divenire e il fluire del tempo. Ogni “così” ha la propria legittimità e possibilità: ogni ente, nel suo modo singolare d’essere, nella sua individualità e particolarità, manifesta l’armonia invisibile del tutto.

Un tratto peculiare del libro è la scelta dialogica e scenica. Personaggi secondari – pescatori, sacerdoti, commensali, un despota, discepoli come Cratilo o Antistene – diventano luoghi di prova in cui il logos si mostra operante. Ne nasce un teatro della comprensione: non un’esposizione dottrinale, ma una costellazione di situazioni limite, dove il lettore è convocato non a “credere”, ma a prendere parte. La scrittura di Guarna procede per scenogrammi: brevi quadri, simili a esperimenti mentali, che mostrano ciò che accade al pensiero quando rinuncia a “stanare” il logos e si lascia invece educare dal suo apparire. Così, l’episodio degli astragali scioglie con un gesto la tensione antica fra volontà e caso: tra proairesis e accadere, la misura non sta nel dominio, ma nella tenacia senza volontarismo, nella costanza del gioco che accoglie l’esito come evento, senza forzarne il corso – secondo la legge del metron.

Il libro è anche un atto di ascolto del logos e di misura del linguaggio. Guarna non spiega Eraclito: lo espone – come si espone un elemento, il fuoco, l’acqua, il vento – senza pretendere di catturarlo concettualmente.

La ripresa di oggetti umili – la ciotola con farina e acqua, la noce, la gemma della quercia, la kylix, la pìthos – ribadisce che il logos non abita l’astrazione, ma l’evidenza minuta del mondo, quella zona concreta in cui le cose si mostrano nel loro stesso mutare: è nel fluire del divenire, non nell’immobilità del concetto, che si lascia intravedere la coerenza del tutto.

In questo orizzonte, la trama del volume è attraversata da immagini di soglia: il crepuscolo che contiene l’alba, la cenere che prepara il ritorno del fuoco, lo specchio d’acqua che accoglie tutte le figure senza trattenerne alcuna, la porta che nega la permanenza sulla soglia come forma di immobilità o chiusura. La soglia, in Guarna, non è il luogo dell’indecisione o dell’ambiguità, ma la legge stessa del movimento: ciò che consente il passaggio, unendo separando e separando unendo. Come in Eraclito, il reale si dà per opposizioni comunicanti: giorno e notte, fuoco e cenere, vita e morte, presenza e assenza. La soglia è la cifra di questa coappartenenza “dinamica”, il punto in cui il divenire rivela la sua “misura” (metron) e la sua “giustizia” (dike), non il suo caos. Sostare sulla soglia significa accettare la logica del logos: una logica non parziale, che rifiuta la riduzione a un solo polo e riconosce che «dicendo giorno dici anche notte». Ogni figura del libro – la porta, il perno, la pozza, il vaso, il fuoco – è una figura liminare, che indica il punto in cui il senso affiora nel passaggio tra gli opposti, un dispositivo di pensiero che mostra come il senso nasca nell’intervallo, nel “tra” che lega e differenzia.

La soglia è così il luogo privilegiato dell’oscura evidenza: ciò che è visibile e invisibile insieme, ciò che si offre allo “sguardo” senza lasciarsi possedere.

In questo senso, l’«oscura evidenza» si configura come un orizzonte costruito sull’attraversamento continuo di soglie: tra parola e silenzio, tra visibile e invisibile, concetto e immagine, presenza e assenza, luce e ombra. L’autore invita a esercitarsi in questa attenzione liminare, a riconoscere che la verità non sta “oltre” il confine, ma “sul” confine stesso, nella zona di passaggio in cui i contrari si incontrano e si rigenerano. La soglia diventa così non solo una figura simbolica, ma una metodologia del pensare: pensare significa collocarsi nel transito, sulla soglia, accogliendo la pluralità del reale senza ridurla ad un unico ordine razionale.

Nel pensiero di Guarna, la soglia non è soltanto una figura simbolica, ma una vera e propria condizione antropologica: essa descrive la postura e la disposizione dell’uomo di fronte al divenire. Vivere sulla soglia significa riconoscere che l’esistenza è un continuo passaggio – tra nascita e morte, memoria e oblìo, presenza e assenza – e che ogni stabilità è apparente. In questo spazio liminare, il pensiero non cerca fondamenti immutabili, ma impara a sostare nel fluire, ad accordarsi alla misura che governa il mutamento. La soglia diventa così il luogo di una consapevolezza insieme tragica e sapienziale: sapere che nulla permane identico a sé, e che proprio tale instabilità è la forma più alta dell’ordine del reale.

Come nel logos eracliteo, l’uomo è chiamato a partecipare di un ritmo che lo trascende e lo include. Stare sulla soglia si­gnifica custodire la coappartenenza degli opposti, mantenersi disponibili a ciò che viene e a ciò che si ritrae, accogliendo nel limite la misura del divenire.

In questa prospettiva, l’autore riprende l’intuizione eraclitea secondo cui la verità non risiede in un ordine immobile, ma nel movimento stesso del reale. L’uomo, come il logos, è chiamato ad abitare il “fluire”, ad accogliere la “misura” (metron) dei mutamenti senza cercare rifugio in certezze rigide.

La soglia è il luogo in cui il pensiero impara a misurarsi con il divenire: non a dominarlo, ma a riconoscerlo come legge comune, come xynon che accomuna tutti i viventi. Guarna mostra che solo chi accetta di sostare su questa soglia può davvero comprendere: non chi pretende di fissare il senso, ma chi sa lasciarsi istruire e coinvolgere dal suo accadere. Come il fuoco eracliteo, che divampa e si spegne “con misura”, così il pensiero deve saper ardere e ritirarsi, avanzare e arretrare, secondo il ritmo delle cose nel fluire del tempo.

La soglia, allora, è il punto in cui l’uomo si scopre parte del mondo, non suo signore: luogo di umiltà e di vigilanza, dove il sapere si fa ascolto. In questa dimora liminare, la filosofia si libera dall’illusione di possedere la verità e torna ad essere cura del presente, attenzione al comune, disciplina dello “sguardo”. Eraclito non offre dogmi, ma un invito a vegliare: a non dormire nel torpore delle opinioni, a risvegliare in sé quella capacità di vedere l’unità nella differenza, il senso nel divenire.

Per questo, la soglia diventa anche una via etica: vivere secondo il logos significa mantenersi disponibili al mutamento, giusti nel discernimento, equanimi nel giudizio. Come afferma Guarna, la saggezza non consiste nel fissare il mondo, ma nel seguire i segni che ne rivelano la coerenza invisibile. Chi impara a sostare sulla soglia – senza fuggire e senza pretendere di oltrepassarla – scopre che la verità non si conquista, si abita: è ciò che accade quando il pensiero smette di cercare un altrove e riconosce nel presente, fragile e mutevole, la propria casa.

La sequenza dei capitoli – che intreccia motivi classici (L’arco e la lira) e invenzioni inedite (Nello stagno il girino crede di navigare nell’oceano, Il fuoco non può bruciare sé stesso) – delinea un itinerario progressivo: dall’invito iniziale a «non farsi un’idea della comprensione» alla consapevolezza finale che «un topo non diventa saggio vivendo in una biblioteca». L’epilogo è programmatico: la sapienza non consiste in un deposito di testi, ma in un modo di abitare il comune. Non nasce dall’erudizione, ma dalla prósexis: un’attenzione vigile, una veglia interiore che consente di partecipare al logos comune. In tale orizzonte, persino l’allusione critica a Omero – che «cerca l’ordine nell’oscurità e non coglie l’enigma del reale» – non suona come sarcasmo, ma come ammonimento metodologico: non cercare un ordine esterno alle cose, ma lasciare che l’ordine emerga dalla loro tensione interna di contrari.

Ci si potrà allora chiedere: quale Eraclito abita queste pagine?

Non il filosofo ricostruito per dottrine – il «fisico del fuoco», l’«ermeneuta del conflitto», il «teologo del logos» –, ma il pensatore della coerenza del divenire. Una coerenza che non è stabilità, ma misura del variare: «con misura divampa e con misura si spegne». È qui che l’«oscura evidenza» diventa criterio di pensiero: le cose, accadendo e trasformandosi, mostrano una misura, e questa misura è il logos. Guarna non pretende di dirne l’essenza; addestra lo sguardo a riconoscerne i segni – tenui, ironici, infiammati.

Leggere questo libro richiede una disposizione non scolastica ma iniziatica, nel senso più sobrio: non segreti da decifrare, ma abitudini da disimparare. Sospendere l’urgenza di giudicare, attenuare la smania di sistemare, rinunciare a capire prima di comprendere. Comprendere, qui, significa lasciarsi attraversare dal “così” delle cose, fino a sentire che «il mare forma infinite onde e tuttavia resta costante», che «il giorno dice la notte», che «il vuoto del vaso è la sua essenza». Chi cercherà una tesi resterà deluso; chi accoglierà la disciplina della prossimità troverà in queste pagine un laboratorio del pensare: rigoroso e delicato.

Se, come ricorda Guarna in un epigramma, «uno è per me più di mille», il libro si rivolge proprio a quell’uno: al lettore disposto a non definire il logos in un orizzonte logico-razionale, ma ad ascoltarne il respiro nei movimenti del mondo. A costui, l’autore non consegna un sentiero, ma una soglia da abitare, da vivere, da attraversare: affinché tra il dentro e il fuori permanga il passaggio, affinché la porta resti sempre aperta da ambo i lati, affinché il pensiero – finalmente – non sia assente ma presente. In questa presenza discreta risiede l’unica evidenza degna del nome: quella che, proprio perché non abbaglia, può permettersi di restare – luminosa, oscura.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

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