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Antefatto
Gli ultimi bagliori del sole morente indugiavano sull’austera facciata della Casa delle Acque. All’interno i consiglieri erano riuniti in assemblea sin dal mattino per discutere la situazione della città, di giorno in giorno più grave e più confusa.
Solo quando la grande meridiana che sovrastava il portone aveva segnato il mezzogiorno si erano concessi una pausa, allietata da un veloce spuntino e da un gran boccale di birra spumeggiante e fresca, non tanto, tuttavia, da calmare l’arsura che bruciava le gole e intorpidiva le menti.
Cinque mesi erano trascorsi senza che una sola goccia di pioggia avesse mitigato l’implacabile siccità che si stava mangiando come una bestia feroce campi e vigne, mentre nelle stalle gli animali stramazzavano esausti e il letto asciutto dei fiumi esibiva un triste raccolto di pesci morti.
Si avvicina il giorno del Giudizio, mormorava un anziano mercante nella grande sala al pianterreno, riscuotendo all’intorno una cauta approvazione: chi ricordava che da qualche anno la devozione religiosa si era allentata, chi accennava alla sfrenatezza dei costumi di alcuni, chi rimproverava il Consiglio stesso di avere chiuso entrambi gli occhi di fronte al dilagare di certe pratiche.
Ed ecco che il castigo divino stava trasformando la fertile piana del Maraj, con al centro la ricca e amena città di Vizmar alla cui fiera ogni anno convergevano agricoltori ed allevatori da tutta la nazione in una steppa riarsa, buona soltanto per le corse dei cavalli.
La birra aveva sciolto le lingue e i membri del Consiglio avevano abbandonato l’abituale compostezza e discrezione per lasciarsi andare a considerazioni arrischiate e a confidenze imprudenti circa le voci che circolavano entro le mura cittadine.
Era giunta notizia che alcune donne della città bassa avevano sputato l’ostia durante la sacra funzione e che coloro i quali avevano avuto da ridire per un qualche motivo con loro si erano ritrovati dall’oggi all’indomani con un puledro azzoppato o un vitello sfiancato. Per non parlare poi di chi rifiutava i servigi di due levatrici dei dintorni: i neonati nascevano o morti o storpiati.
C’è ben altro, tuonò una voce, facendo cessare il brusio circostante.
Di vacche azzoppate e bimbi deformati, vi posso riempire tutte le sere di veglia, dappertutto si trovano donnette che praticano la magia delle erbe e come vi guastano così vi guariscono. Ma vi siete chiesti perché la pioggia si rifiuta di cadere soltanto qui? Forse ignorate che nei distretti vicini il grano cresce rigoglioso e i contadini si apprestano a riempire i loro granai. E saranno i pescatori di Martonyos a riempirsi il portafoglio quest’anno, carpe e tinche come non ne hanno viste mai guizzano nei loro fiumi.
Si riscosse a questo discorso il presidente del Consiglio, il primo giudice Giovanni Polgar, sino a quel momento assorto in pensieri tutti suoi che avevano impresso sul suo volto marziale un’aria di disdegnoso distacco. Fu come se una freccia ben appuntita l’avesse colpito, scalfendo il riserbo e l’indifferenza con cui aveva diretto la seduta.
Questo grosso asino di vaccaro non può fare a meno di agitare acque già ribollenti, fu la sua prima reazione. Acque, già … Sorrise tra sé e sé, considerando che proprio l’acqua era la grande assente e che su di essa si appuntavano le brame e l’invidia di un’intera popolazione. Riandava mentalmente alle sciagure che si erano abbattute una dopo l’altra sulla città: guerre, alluvioni e carestie, ma non era mancato nemmeno, una decina d’anni prima, un lungo periodo di siccità, poi conclusosi per via naturale.
Ma ormai qualcuno stava pronunciando la parola che il pensieroso primo giudice più temeva di udire e che già aveva bussato al suo cervello, sempre in movimento dietro la maschera grigio ferro di uno sguardo distratto.
È affare di stregoneria, sentenziava un ricco allevatore cui erano morte di recente diverse mucche da latte, e della razza più pregiata.
La parola rimbalzò fra i membri del Consiglio, ne alterò il pallido colorito, ne contrasse i vivaci movimenti delle mani, si impose in breve all’attenzione di tutti.
È in arrivo un ciclone che rischia di spazzar via la mia rielezione, si disse Giovanni Polgar. Stregoneria significava infatti intrusione negli affari locali del Vescovo Nadasdy che si sarebbe rivolto all’Inquisizione, chiedendole di intervenire. Ora, con l’alto prelato la città era in lite da anni per l’attribuzione di certi pascoli e si era sempre cercato di tenerlo il più possibile lontano dalle faccende cittadine, per non dargli modo di rompere a proprio vantaggio il difficile equilibrio stabilitosi fra gli interessi dei diversi proprietari. E lui, il primo giudice, era particolarmente deciso ad evitare ogni intromissione, sia perché le terre contese confinavano con le sue, sia perché non aveva alcuna intenzione di lasciarsi sfuggire di mano il governo della città, riducendosi a fare da stampella al vescovo, come era capitato a certi suoi colleghi.
Nel frattempo, la parola che tanti crucci sollevava nell’animo del magistrato correva tra i consiglieri come una biglia impazzita e i più sembravano propensi ad afferrarla e a rilanciarla, vuoi che veramente corrispondesse al loro sentire, vuoi che desiderassero lavarsi le mani da tutta la vicenda, ponendola in altre.
I mormorii si trasformarono nel giro di qualche minuto in un coro, i sospetti che già da prima turbavano il sonno di alcuni in perentorie certezze, le allusioni in circostanziate accuse che in un baleno varcarono il maestoso portone in legno di quercia del palazzo per dilagare nelle strade, nelle botteghe e nelle case.
La sera, finalmente scesa dopo un lungo purpureo crepuscolo, portava ormai nel suo grembo sereno, non offuscato da nube alcuna, la promessa di un temporale che sarebbe scoppiato di lì a poco.
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