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Introduzione
Il concetto di fioritura (eudaimonia) occupa una posizione centrale nel dibattito filosofico sull’etica (Lobel, 2017; Stuhr, 2023). Le sue origini possono essere ricondotte all’Etica Nicomachea di Aristotele (350 a.C./2014), nella quale il filosofo sostiene che ogni specie vivente possieda un proprio fine (telos) o funzione (ergon). Ad esempio, la funzione di una ghianda è quella di diventare una quercia, così come la funzione di un bambino è quella di diventare un adulto. Secondo questa prospettiva, un essere vivente fiorisce quando realizza pienamente le proprie funzioni caratteristiche. Il concetto di fioritura continua a svolgere un ruolo fondamentale sia nella filosofia sia nelle scienze sociali, poiché viene generalmente considerato una componente essenziale del benessere umano (ad es., Ryan et al., 2013; Seligman, 2011; VanderWeele, 2017).
Esiste tuttavia un acceso dibattito riguardo alla possibilità di definire la fioritura in termini oggettivi. Alcuni filosofi (Foot, 2001; Hacker-Wright, 2009; Hursthouse, 1999; Lott, 2012; MacIntyre, 1981, 1999; Thompson, 2008) hanno sostenuto che ciò sia possibile sulla base di un’analisi della struttura di particolari proposizioni linguistiche (chiamerò questa posizione ipotesi dell’oggettività). Essi osservano che enunciati come «i conigli hanno quattro zampe» non sono puramente descrittivi, ma possiedono anche una valenza normativa, poiché presuppongono che avere quattro zampe rappresenti la condizione normale per un coniglio. Ne consegue implicitamente che un coniglio con tre zampe debba essere considerato, sotto questo profilo, difettoso o menomato.
Secondo l’ipotesi dell’oggettività, enunciati come «i conigli hanno quattro zampe» presuppongono che gli esseri viventi abbiano determinate funzioni in virtù della loro appartenenza a una determinata specie (ad esempio, i conigli camminano). Il possesso o la mancanza di certe caratteristiche (ad esempio, quattro zampe anziché tre) determina la maggiore o minore efficacia con cui tali funzioni vengono svolte. Di conseguenza, questi enunciati implicano giudizi sul fatto che determinate caratteristiche siano favorevoli o sfavorevoli per la fioritura di un organismo (per un coniglio, ad esempio, avere quattro zampe è vantaggioso, averne tre è svantaggioso). Un aspetto cruciale di questa prospettiva è che tali giudizi non sarebbero soggettivi, bensì oggettivi, poiché è possibile stabilire in modo oggettivo se una determinata caratteristica favorisca o ostacoli lo svolgimento di una funzione, come per il ruolo delle zampe nella locomozione dei conigli.
Applicando questo ragionamento agli esseri umani, l’ipotesi dell’oggettività sostiene che molte proposizioni riguardanti la moralità abbiano una struttura analoga all'esempio del coniglio. Esse valutano implicitamente determinate caratteristiche o azioni (ad esempio, «Mario ha ucciso un uomo») alla luce di funzioni proprie della specie umana (ad esempio, «gli esseri umani non uccidono»). Nel complesso, quindi, questo approccio propone una definizione oggettiva del concetto di fioritura umana, intesa come la condizione in cui gli individui possiedono le caratteristiche necessarie a realizzare adeguatamente le funzioni proprie dell’essere umano.
Tuttavia, numerosi studiosi hanno ritenuto questa posizione poco convincente, criticando soprattutto il modo in cui viene impiegato il concetto di funzione (Fitzpatrick, 2000; Lewens, 2010; Moosavi, 2019; Odenbaugh, 2017; Millgram, 2009; Andreou, 2006; Woodcock, 2006). I sostenitori dell’ipotesi dell’oggettività affermano che la nozione di funzione implicita nei giudizi morali corrisponda a una forma pre-scientifica di valutazione che le persone utilizzano ordinariamente nei confronti degli esseri viventi (Foot, 2001; Hacker-Wright, 2009; Lott, 2012; Thompson, 2008). Essi distinguono esplicitamente questa concezione intuitiva della funzione da quella impiegata in ambito scientifico, in particolare nel contesto dalla teoria evoluzionistica.
Secondo i critici, questo uso del concetto di funzione è inappropriato. Se la nozione di funzione impiegata per giustificare l’ipotesi dell’oggettività non possiede un fondamento scientifico, argomentano i critici, essa non descrive una realtà oggettiva, ma soltanto una costruzione linguistica. I critici sostengono inoltre che, adottando il concetto di funzione proprio della teoria evoluzionistica ossia l’accezione scientificamente legittima del termine non sia possibile derivare una definizione plausibile del concetto di fioritura. Su questa base, essi concludono che il progetto di definire oggettivamente la fioritura sia destinato al fallimento: il concetto di fioritura resta certamente centrale nel dibattito etico, ma non può essere definito in termini oggettivi.
Vi è tuttavia un punto sul quale sostenitori e detrattori dell’ipotesi dell’oggettività concordano: entrambi ritengono impossibile ricavare una definizione plausibile di fioritura a partire dalla teoria evoluzionistica. In questo articolo contesto tale conclusione (si veda anche Casebeer, 2003; Moosavi, 2019). Sosterrò che i principi della biologia evoluzionistica consentono invece di elaborare una definizione plausibile del concetto di fioritura. La proposta che presenterò riafferma la validità dell’ipotesi dell’oggettività, ma la riformula sulla base della nozione di funzione adottata dalla teoria evoluzionistica, che dispone di una solida giustificazione scientifica. Dopo aver illustrato questo argomento, ne discuterò le implicazioni alla luce del recente dibattito filosofico sulla fioritura.
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