Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 007

Costanzo Preve

Le contraddizioni di Norberto Bobbio. Per una critica del bobbianesimo cerimoniale.

ISBN 88-87172-20-3, 2004, pp. 160, formato 140x210 mm, Euro 12 – Collana “Divergenze” [37].

In copertina: Alchimisti al lavoro intorno ad un alambicco di distillazione; illustrazione xilografica dal De Secretis Naturae (1544) di Philip Ulstadt.

indice - presentazione - autore - sintesi

12,00

Introduzione

 

Il magistero intellettuale e morale di Norberto Bobbio ha contato molto nella mia vita, e non solo certamente nella mia. Nella sua lunga vita (1909-2004) Norberto Bobbio ha contato nella vita di molti, ed è prevedibile che nel futuro, sia prossimo che più lontano, verranno pubblicati molti libri di commento, di ricordi, di testimonianze. Questo saggio che pubblico a poco tempo dalla sua scomparsa non ha certo grandi pretese critiche, ma non lo ritengo neppure un saggio d’occasione. Scritto in un periodo di tempo relativamente breve, esso contiene commenti e giudizi lentamente maturati in decenni di conoscenza e di confronto con Bobbio.

Bobbio mi riteneva e mi considerava “amico”, termine da lui usato con spontaneità, senza spirito di concessione e senza alcun paternalismo. Ed in questo mio scritto vorrei essere in un certo modo fedele alla sua amicizia, nel solo ed unico modo possibile, che è quello di proseguire il nostro confronto critico anche dopo la sua morte ed anche quando non può più ormai rispondere e prendere posizione. Ma Bobbio ha lasciato tali e tante testimonianze, esplicite ed inequivoche, che i suoi lettori ed estimatori potrebbero con facilità immaginare che cosa avrebbe detto se gli si fossero avanzate critiche e contestazioni del tipo di quelle che io avanzo in questo saggio.

Sebbene si tratti di un saggio critico, questo libro non è affatto un Anti-Bobbio. E non è un Anti-Bobbio per molte ragioni, di cui ne indico qui solo due. In primo luogo, non sono certo una parodia di Engels che deve scrivere un Anti-Dühring per sistematizzare le critiche “proletarie” ad un pensiero “borghese”. Il tempo per produrre una convincente teoria complessiva di critica alle nuove forme di capitalismo non è ancora venuto, le condizioni non sono certo mature, ed anche se lo fossero io non ne sarei capace. In secondo luogo, ritengo che le critiche a Bobbio non possano dar luogo ad un Anti-Bobbio, per il semplice fatto che Bobbio non è il portatore sistematico di una concezione del mondo da approvare o da respingere, ma il luogo di una serie di contraddizioni irrisolte, e che comunque lui non risolse mai.

Parlare delle contraddizioni di Norberto Bobbio, dunque, non significa fare il grillo parlante o il maestro di scuola che corregge gli errori con la matita rossa e blu. Significa prendere spunto ed occasione dalle riflessioni di Bobbio per farne altre, in modo che la discussione possa continuare. Nella seconda parte di questo breve saggio ho intenzionalmente “chiuso” il libro con una lettera di Bobbio a Giuseppe Bailone del 4 giugno 2000, in cui Bobbio parla di Socrate come di chi «[...] non ha verità rivelate da comunicare, parla con tutti, si trova a suo agio tanto al mercato quanto nei banchetti dell’alta società, si muove verso gli altri senza veli e senza poteri, disarmato e disarmante con la sua ironia, dimostra coi fatti che la verità è nel dialogo, nel libero incontro con l’altro, e che la città ideale è il luogo dell’incontro dei sogni della ragione di tutti i viaggiatori».

È chiaro dal contesto che Bobbio si riconosceva soggettivamente in questa figura socratica. Ed ho infatti deciso di concludere in questo modo un saggio che non è sempre così “amichevole”, ma che discute anche con una certa asprezza polemica molte concezioni bobbiane. D’altra parte Bobbio fu un uomo che visse l’intero Novecento polemizzando, e sarebbe allora assurdo che la giusta pietas che bisogna avere verso i defunti finisca con l’annullare addirittura il senso di ciò che questi defunti hanno fatto nella loro vita.

Questo annullamento del senso viene a mio avviso da quello che chiamo il “bobbianesimo cerimoniale”, cui abbiamo assistito nei giorni dopo la sua morte. Fino ad un certo punto questa esaltazione cerimoniale è inevitabile ed è anche giusta, perché interpreta il vecchio detto latino per cui «dei morti non si può dire che bene». Ma, se questa ritualità cerimoniale si solidifica in monumentalità ed in imbalsamazione, allora non va più bene, ed è necessaria una reazione.

Mi spiace iniziare polemizzando con il buon presidente Carlo Azeglio Ciampi, ma voglio cominciare da un messaggio che questo signore ha inviato al sindaco di Torino in occasione dell’anniversario della morte di Gianni Agnelli, l’avvocato-re di Torino. Scrive Ciampi: «Ho sentito, e ho condiviso, tutto il dolore della città per la perdita di tre uomini (Gianni Agnelli, Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio) che, pur diversi, rappresentavano insieme un’idea dell’Italia che nella storia e nella cultura di Torino ha le sue radici. Nel loro operare, attingevano allo stesso patrimonio di valori, proprio della tradizione civile torinese, il cui contributo alla formazione ed alla crescita dell’Italia contemporanea, democratica e laboriosa, di un’Italia parte attiva dell’Unione Europea, aperta alla convivenza pacifica di tutti i popoli, è stato fondamentale».

Ho simpatia per il vecchio signore Ciampi, per la sua signora Franca e per le scolaresche in libera uscita che agitano le bandierine. Non dimentico che Ciampi è di Livorno, città dove è pubblicata anche la rivista satirica Il Vernacoliere, cui sono abbonato da molti anni, e che avrebbe potuto tranquillamente pubblicare questo messaggio, lasciando al lettore la scelta se si tratti di un vero messaggio o di una sua parodia. Mi si permetta, da libero cittadino, rispettoso delle leggi, di considerarlo una parodia. Questa Italia pacifica ha partecipato a due odiose operazioni di guerra in quattro anni, nel 1999 e nel 2003, contro la carta dell’ONU e contro lo spirito e la lettera della stessa Costituzione italiana. Non riesco a pensare a nulla di più diverso di Gianni Agnelli e di Norberto Bobbio. Questa icona triplice e trinitaria rischia di rimanere attaccata a questa città a lungo.

Bisogna dunque opporsi al bobbianesimo cerimoniale, sia pure con le debolissime forze di questo saggio pubblicato da una piccola casa editrice artigianale estranea al circuito delle recensioni e della chiacchiera delle pagine culturali dei potenti. Ed allora mi sia permesso contrapporre educatamente al messaggio cerimoniale di Ciampi alcune parole di Bobbio opportunamente riportate dopo la sua morte da Danilo Zolo. Ha scritto Bobbio: «Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva del mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell’isola della nostra interiorità privata o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove custodire i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose».

In queste dimensioni chi scrive sa di essere, e di essere stato inferiore a Norberto Bobbio. E dico questo senza alcun compiacimento servile e senza nessuna falsa umiltà. È semplicemente così. Bobbio si è salvato. Ha rischiato di essere sommerso, ma poi si è salvato, come il suo concittadino Primo Levi, a lui tanto simile per dignità umana e per intelligenza critica.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Chi ritiene di essere privo di contraddizioni lo proclami ad alta voce, e allora un coro di risate lo costringerà a risedersi umiliato al suo posto. È evidente che noi vediamo le contraddizioni solo negli altri, e per renderci conto delle nostre abbiamo bisogno degli altri. In questo saggio io rifletto sulle contraddizioni di Norberto Bobbio, ma se il lettore intelligente si accorgerà delle mie gli sarò grato se me lo farà sapere pubblicamente o privatamente. In ogni caso, il dialogo non si interrompe e continua fra le generazioni.

 

Ho diviso questo saggio in due parti. La prima parte, suddivisa in capitoli autonomi, tratta molte delle questioni più importanti che possono essere sollevate a proposito del pensiero di Norberto Bobbio, da Croce a Gramsci, da Gobetti a Togliatti, dal laicismo alla religione, dal comunismo al marxismo, dalla dicotomia Sinistra/Destra alla concezione politica di Bobbio, fino a discutere del problema principale, la madre di tutti i problemi, e cioè i dilemmi della guerra e della pace. Qui il mio dissenso con Bobbio è stato radicale. Nello stesso tempo il mio essere riuscito a conservare non solo il rispetto, ma anche l’affetto, è probabilmente un regalo paterno che ho avuto dallo stesso Bobbio, che nei miei confronti (nonostante lettere e biglietti severi ed a volte molto severi, che ho deciso di non pubblicare perché personali e concernenti anche altre persone) mi ha sempre mostrato rispetto e affetto.

La seconda parte contiene commenti e pubblicazioni precedenti, dal resoconto del lungo seminario decennale su Etica e Politica tenuto presso il Centro Gobetti  di Torino ad uno scambio di commenti sul marxismo fra me e Bobbio che fu prima oggetto di lettere personali e poi pubblicato in riviste ed in un libro, da due commenti miei molto severi sull’atteggiamento di Bobbio nel 1991 e nel 1999 fino al documento forse più profondo e toccante, la lettera appunto di Bobbio a Giuseppe Bailone a proposito di un libro che avevo personalmente consigliato a Bobbio, pur sapendo che leggeva ormai con difficoltà e che non era bene annoiarlo con scritti vari.

Fu quella l’ultima occasione in cui vidi Bobbio e gli parlai. Era l’anno 2000. Ho scritto questo saggio con la stessa franchezza polemica con cui mi sono sempre comportato con lui. Forse i “tartufi” potranno scandalizzarsi, ma Bobbio non era un tartufo. Il destino dei tartufi è quello di essere annusati dai cani, quello dei maestri è di consentire la prosecuzione del dialogo senza limiti di tempo e di spazio.

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