Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 248

Chiara Guarducci

Bye Baby Suite. Con uno scritto di Francesco Vasarri.

ISBN 978-88-7588-165-8, 2016, pp. 64, 105x155 mm., Euro 8 – Collana “Antigone”.

In copertina: ‘Mari Line’, di Laura Cioni.

indice - presentazione - autore - sintesi

8,00

Bye Baby Suite e il massacro dell’angelo

di Francesco Vasarri

 

All’inizio dello spettacolo, il corpo quasi nudo di una donna attende, fasciato e sfatto tra i velluti di una camera d’albergo, che qualcuno arrivi a svegliarla – se dal sonno, da un coma etilico o dalla morte, impossibile dirlo. La donna si solleva, cerca gli occhi e l’attenzione del pubblico e finalmente invita: «Che fai? Non entri? Non devi aver paura, è tutta scena».

In questo quadro iniziale sono già comprese le polarità fondamentali intorno alle quali si struttura il lavoro di Chiara Guarducci: il sonno e la veglia, l’incoscienza e la lucidità, lo splendore e la tenebra, nell’opposizione che dalla vita terrestre e sofferta di Norma Jeane Mortenson porta verso la celeste elaborazione del mito di Marilyn Monroe. Si dipana da qui un soliloquio dalla scrittura intensa e compiutamente poetica: Marilyn conversa amabilmente con gli spettatori come se fosse al culmine di una riottosa commedia sentimentale, canticchia i suoi successi musicali, recita per se stessa davanti allo specchio; Norma Jeane cerca tra i presenti l’unico uomo che sia in grado di amarla, confessa di leggere Dostoevskij, fruga tra le lenzuola per ritrovare la propria madre bambina e con lei l’abbraccio dei figli che non ha mai avuto.

Il testo dello spettacolo si avvale di una scrittura limpida e bruciante in cui si fondono più direttrici eccentriche (dialogicità prosastica e digressioni liriche, sintassi conversazionale e versilibrismo scandito da allitterazioni, rime e giochi fonici), risultanti in una sotterranea tensione di forze sempre sul punto di esplodere. Brevi e ricorrenti elenchi di oggetti (coerentemente rispecchiati nell’attrezzatura scenica) si pongono sulla nota scorta dei correlativi oggettivi eliotiani e montaliani, evocando per contiguità la figura di una Marilyn reificata, traslocata, rinchiusa e messa all’asta dalla cultura del consumo che la costituisce in quanto idolo cinematografico e promozionale. La forma del soliloquio, che le frequenti interrogative piegano alla misura straniante di un dialogo frustrato con interlocutori assenti, si ibrida – fatta salva la tenuta sintattica, garante di una comunicazione mai interrotta – con i modi del monologo interiore in flusso di coscienza, cosicché il discorso del personaggio sia sempre a metà tra la confessione, la logorrea psicotica e la convocazione verbale di oggetti d’amore salvifici, perduti o mai veramente esistiti. la drammaturgia restituisce l’immagine di una Monroe filologicamente accreditata (con i corollari doverosi e irrinunciabili: i fratelli Kennedy, Hollywood, il tubino rosso, fino a un crescendo di cifre biografiche di disturbante esattezza), cui si sovrappone, a metà tra lusso e squallore, il delirio di una donna sola, affettivamente e professionalmente alienata, sul baratro della notte e della morte. Riecheggiano poi, nelle trame dell’opera, contatti a distanza con altre scrittrici a vario titolo impegnate sul fronte della poesia, del teatro e della riflessione sul femminile: Sylvia Plath, con il suo mondo di donne relegate al silenzio intellettuale da abiti, cosmetici e pacchi regalo, e Sarah Kane, spietata indagatrice di lacerazioni corporee ed emotive (tragicamente, e forse poco casualmente, entrambe suicide). Nel complesso, resta soltanto da augurarsi che più autori scelgano un simile percorso, che sembra puntare direttamente verso un contemporaneo, comunicativo e pregnante, teatro in versi di scelta efficacia e grazia.

Un ultimo merito, forse il più grande e doloroso, colpisce in questo Bye Baby Suite: l’aver saputo affrontare, con la necessaria onestà e semplicità, il mito di Marilyn Monroe nelle dimensioni insostenibili di un’apoteosi forzata, ritraendo una donna che essendo diventata matrice di un canone di bellezza dai connotati mitopoietici effettivamente si trova scissa in modo insanabile dalle radici della propria umanità. «Le ali che crescono, se non trovano spazio, ci massacrano…», dice infatti la Marilyn di Guarducci, con buona pace delle donne angelo che abitano, fin dagli esordi, la nostra poesia nazionale.

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