Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 289

Mario Vegetti

Il coltello e lo stilo. Animali, schiavi, barbari e donne alle origini della razionalità scientifica.

ISBN 978-88-7588-228-0, 2018, pp. 192, formato 140x210 mm., Euro 20 – Collana “Il giogo” [82].

In copertina: Affresco raffigurante gli Istrumenta sciptoria. In quarta: bassorilievo del tempio di Esculapio di Atene

indice - presentazione - autore - sintesi

20,00

Premessa alla nuova edizione del 2018

Il coltello e lo stilo fu pubblicato nella primavera del 1979. Fin dalla sua comparsa, suscitò un vivace interesse, non solo, e non tanto, fra gli specialisti di antichistica, quanto presso un pubblico composito di lettori che frequentavano i territori che allora si chiamavano “cultura critica”: epistemologia, antropologia, psicoanalisi, ed eventualmente movimenti come quello femminista e animalista. Ne uscirono naturalmente diverse interpretazioni del senso e degli intenti del libro (dalla critica irrazionalistica ai fondamenti “violenti” della scienza, a una rivisitazione moderata di Foucault).

Nell’introduzione all’edizione del 1996, riprodotta in questo volume, ho tentato di delineare le coordinate culturali entro le quali Il coltello e lo stilo era stato concepito, e di indicare un punto di vista d’autore sulla collocazione del libro.1 Ha fatto però bene l’editore a ristampare qui la prima edizione, quella del 1979. Da un lato, questo restituisce ai primi lettori la possibilità di un rinnovato incontro con il testo; dall’altro, e soprattutto, consente a nuovi lettori l’accesso alla forma originale del libro ormai da gran tempo esaurita. Non è immotivato pensare che questa ristampa possa apparire a qualcuno come una riscoperta, e ridestare almeno in parte l’interesse e la discussione così vivaci tanti anni or sono. Se così fosse, potremmo augurare “bentornato” al Coltello e lo stilo, e renderne il merito che gli spetta al generoso editore, Carmine Fiorillo di “Petite Plaisance”.

Mario Vegetti

Febbraio 2018

1 Ho ripreso l’argomento in una recente intervista: Neutralizzazione animale: tra epistemologia e politica, in «Liberazioni», 31, 2017, pp. 4-15.

 

***

Introduzione alla seconda edizione del 1996

I.

La prima edizione di questo libro venne pubblicata inaugurando la collana «L’impresa scientifica» diretta da Giulio Giorello e Marco Mondadori – nell’aprile del 1979.

Com’è ovvio, questa indicazione cronologica non è culturalmente neutrale. Il libro recava molti segni di quella intensa stagione intellettuale degli anni Settanta, che oggi può apparire davvero remota sia dal punto di vista delle tendenze di pensiero, sia anche per la qualità morale e in senso lato politica che si era loro accompagnata.

Non mi è difficile indicare sommariamente le esperienze e le frequentazioni culturali che avevano allora reagito sul mio lavoro professionale di antichista, stimolandomi a guardare con occhio diverso e a porre nuove domande ai materiali sui quali ero venuto conducendo la mia ricerca.

Sullo sfondo stava, in primo luogo, la lezione di Foucault. Le sue analisi dei rapporti fra universi discorsivi, formazioni epistemiche, sistemi del potere, dei dispositivi di legittimazione, controllo e interdetto del discorso, infine della diffusione «microfisica» (dunque anche interiorizzata) dei poteri – sembravano segnare anche per la storiografia filosofico-scientifica una svolta rilevante, rendendo ormai impossibile una narrazione «monumentale», cioè stagliata sull’autonomia della figura d’autore, e imponevano piuttosto una più problematica ricognizione del tessuto che connetteva segmenti di sapere, strategie comunicative, forme ideologiche della riproduzione sociale.

Su quest’ultimo punto influiva anche la rielaborazione in ambito antropologico del concetto marxiano di ideologia: a partire dai Grundrisse di Marx, questo processo aveva avuto luogo soprattutto nel contesto francese, da Godelier a J.-P. Vernant, ed aveva avuto il merito di rendere fruibile quel concetto (al di là della condanna come «falsa coscienza») in quanto strumento analitico di comprensione delle forme culturali dei meccanismi di riproduzione e di autolegittimazione delle strutture sociali. A partire da queste esperienze, Diego Lanza ed io ne avevamo tentato una rivisitazione, nel territorio dell’antico, in un saggio del 1975 intitolato appunto L’ideologia della città: dove cercavamo di analizzare l’efficacia sociale e la produttività culturale delle formazioni ideologiche, senza tuttavia dimenticarne (a differenza di quanto ci pareva accadesse in ambito francese) il carattere intrinsecamente conflittuale.

Ma per tornare a Il Coltello e lo stilo, il terzo e più ravvicinato ordine di esperienze influenti, se non altro perché trasferiva direttamente una parte della problematica intellettuale di cui ho parlato sul terreno dell’interpretazione delle culture antiche, era senza dubbio costituito dal lavoro del gruppo parigino di Vernant, Vidal-Naquet, Detienne e Loraux. Nell’ambito di questo gruppo, il rapporto con il marxismo, presente all’inizio sia pure problematicamente nei primi due autori, si era progressivamente indebolito lasciando spazio ad un atteggiamento di indagine antropologica delle formazioni culturali antiche, e spesso addirittura ad una lettura etnologica delle loro componenti mitico-religiose, in cui era nettamente avvertibile l’influenza dello strutturalismo alla maniera di Lévi-Strauss. Anche a distanza di anni, sarebbe impossibile sottovalutare l’impatto che le ricerche del gruppo di Vernant ebbero sul rinnovamento degli studi sull’antico, sulla formulazione di prospettive di indagine svincolate dalle vecchie ipoteche idealistiche e positivistiche, sul nuovo interesse e le nuove energie che venivano ora dedicati a un campo che poteva ormai sembrare fossilizzato nella sua «classicità».

Tuttavia, era già da allora possibile individuare linee di discontinuità e punti di disaccordo rispetto a quella che talvolta appariva come una tendenza all’appiattimento etnologico della ricchezza di formazioni discorsive proprie di società, come quelle antiche, ad alta complessità sociale e culturale. Ho già accennato a come Lanza ed io preferissimo mantenere una concezione conflittuale del campo ideologico evitandone la riduzione ad una indifferenziata «mentalità» socialmente condivisa e universalmente accettata.

Sul piano specificamente culturale, c’era poi nell’antico l’evidenza di saperi forti (come appunto la biologia aristotelica, o per altri aspetti la geometria euclidea, per non parlare dell’elaborazione filosofica di Platone e dello stesso Aristotele), che non potevano in alcun modo venire ridotti allo statuto enunciativo di frammenti etnografici, interpretabili in schemi strutturalistici, sullo stesso piano per esempio delle testimonianze dei mitografi o della favolistica popolare. Non era un caso se il lavoro del grup­po parigino si arrestava per solito alle soglie della compattezza concettuale, della densità semantica e sintattica di questi saperi, al contrario di quanto aveva fatto, sia pure parzialmente e in altri ambiti storici, l’analisi di Foucault.

II.

Ma era proprio su queste soglie che mi conduceva la mia esperienza di ricerca precedente Il coltello e lo stilo: la storia della medicina e della biologia antiche, da Ippocrate ad Aristotele a Galeno, e lo studio della grande tradizione filosofica platonico-aristotelica. Mi si proponeva allora un doppio compito. Da un lato, il nuovo sfondo culturale cui ho sommariamente accennato mi rendeva «visibili» aspetti del mio campo di ricerca che i metodi di lavoro più tradizionali fino ad allora sperimentati tendevano invece ad occultare. Per esempio, il rapporto biunivoco che il nuovo sapere anatomico di Aristotele intratteneva con un’idea di verità che lo stesso Aristotele ereditava, rielaborandola, dalla tradizione parmenidea e platonica; e ancora, la relazione di ordine strategico che connetteva quel sapere con un’antropologia e un’ideologia entrambe normalizzate al limite della naturalizzazione. Dall’altro lato, i saperi forti di cui mi ero venuto occupando mi obbligavano a mettere alla prova i nuovi strumenti di analisi in un terreno per loro inconsueto: non dunque la mitologia, le culture arcaiche, le credenze diffuse o le pratiche sociali, ma momenti alti e rarefatti della riflessione teorica, come appunto l’idea di verità e la scienza aristotelica.

Lo scopo che mi proponevo di perseguire era la costruzione di qualche elemento di una «critica» – nel senso dell’epistemologia storica – di un paradigma teorico transdisciplinare che si originava a mio avviso in Aristotele e che era destinato a giocare un ruolo importante nella tradizione del sapere occidentale: un paradigma capace di investire una complessa idea di verità nell’ambito di una concezione dell’animale, dell’uomo, della politica e infine della stessa attività teorica.

Vorrei oggi mettere in chiaro il carattere che questa critica presentava nelle mie intenzioni di allora, e che almeno per questo aspetto non vedo il motivo di abbandonare.

Si trattava, ovviamente, di uscire dalla concezione di uno sviluppo autonomo e lineare della teoria e della conoscenza, sia che fosse determinato, idealisticamente, da una qualche dinamica intrinseca del pensiero, oppure, positivisticamente, da un incremento del materiale osservativo e da un perfezionamento dei metodi di indagine. D’altra parte quella critica non intendeva neppure essere una sorta di condanna irrazionalistica del sapere antico, e aristotelico in particolare, in quanto matrice dei “mali” che affliggono la civiltà occidentale: per usare un’espressione invalsa in seguito, Il coltello e lo stilo non si proponeva di essere un libro “politically correct”.

In questione era invece il tentativo di comprendere, da un punto di vista genealogico o se si vuole “strategico”, i processi di costruzione di un campo epistemico capace di generare effetti di lunga durata nella tradizione occidentale. Si trattava di analizzare i conflitti di poteri e di saperi che in quella costruzione si ricomponevano, i loro vinti e i loro vincitori, i movimenti sul terreno delle culture e delle visioni di mondo, degli ordini di discorso, che rendevano possibile la nuova configurazione dei saperi in ambito biologico ed antropologico, e che questa a sua volta determinava. Se c’erano critica e anche “smascheramento”, essi non significavano certo falsificazione o condanna, ma piuttosto non accettazione del carattere normale, “naturale”, cioè positivo e inevitabile, che l’episteme tracciata dal coltello e dallo stilo aristotelici rivendicava per sé, sul quale poggiava la propria legittimazione e fondava la propria autorità nei riguardi della tradizione. Si trattava insomma di disoccultare il fatto che quella episteme, come ogni altra, era il risultato di un processo storico e intellettuale conflittuale, che la sua naturalità apparente era solo il premio spettante ai vincitori: e tutto questo, ripeto, non per deplorare o condannare ma per comprendere. Un momento, dunque, di una difficile indagine sulle origini, visto che certamente l’episteme in discussione ha per molti aspetti raggiunto il nostro stesso modo di pensare il mondo.

Quale che fosse il successo in termini di comprensione critica del tentativo allora compiuto, non c’è dubbio che sia riuscito a produrre discussioni, interpretazioni e critiche anche di segno opposto; e che, cosa ancora più importante, esso abbia stimolato un ulteriore lavoro di ricerca nell’ambito che aveva contribuito a delineare: di questo soprattutto sono grato tanto ai miei collaboratori ed allievi, quanto ai miei critici di allora.

III.

A sedici anni di distanza dalla sua pubblicazione (e, si può dire, ad anni-luce da quella stagione culturale), il libro non potrebbe più venire riscritto nello stesso modo. L’affermazione, anche nell’Europa continentale, di quella gamma di tendenze intellettuali che vanno sotto il nome di «filosofia analitica» di matrice anglosassone, ha contribuito con forza a richiamare l’attenzione verso le strutture argomentative interne dei testi filosofico-scientifici, l’analisi e la verifica dei loro nessi concettuali, più in generale verso le esigenze autonome, di ordine logico-linguistico, operanti nella costruzione dei campi teorici. Il problema della “ragione” ha per certi aspetti lasciato il campo a quello delle “buone ragioni” sulla base delle quali autori e testi argomentano le loro tesi di fronte ad un pubblico. Si tratta di un apporto intellettualmente ricco e imprescindibile per i metodi della ricerca storico-filosofica, soprattutto se è in grado di integrare nell’analisi altre “ragioni” oltre a quelle ora menzionate, e se evita gli estremi della sottigliezza eristica, capaci di produrre effetti stucchevoli. Qualche lettore ha notato nella mia Etica degli antichi, scritta dieci anni dopo Il coltello e lo stilo, più di una eco di queste nuove esperienze culturali nella forma della scrittura e dell’indagine, e non poteva essere diversamente. Habent sua tempora libelli, si potrebbe dire modificando il vecchio detto ciceroniano. Non solo è mutato il quadro culturale di riferimento, con il logoramento di alcune esperienze e l’affermarsi di altre. È inoltre profondamente mutato l’ethos della ricerca e della stessa comunità scientifica, indebolendo l’urgenza di una interrogazione critica ed autocritica.

Detto questo, devo però anche aggiungere che non sento oggi il bisogno di prendere le distanze dal libellus del 1979 fino al punto di abiurarlo. La stagione culturale cui appartiene va certo messa in contesto ma non può venire rimossa né esser soggetta ad alcuna damnatio memoriae; può anzi darsi che essa continui a restarci indispensabile, tanto sul piano intellettuale quanto appunto su quello dell’ethos.

Per questo, e per il rispetto dovuto a quei lettori che fossero ancora interessati a seguire i percorsi del coltello e dello stilo, ho volentieri accettato la generosa proposta editoriale di una riedizione del libro.

1996

M. V.

***

Nota preliminare all’edizione del 1979

Parti del I capitolo di questo libro sono state presentate e discusse alle VI Giornate Filologiche (Genova, febbraio 1978) e al III Colloque hippocratique international (Parigi, settembre 1978). Il paragrafo 2 del secondo capitolo deriva, sia pure in forma modificata, da un saggio comparso nel numero 2 (1976) della rivista «Materiali filosofici» diretta da Fulvio Papi.

Nel suo insieme, il libro non sarebbe mai stato scritto senza lo stimolo di Giulio Giorello e di Marco Mondadori. Esso si situa peraltro all’intersezione fra due linee di ricerca che pratico da anni: la storia del pensiero biologico greco da un lato, il rapporto fra ideologia e sapere scientifico nella società antica dall’altro. I testi utilizzati e la bibliografia citata non hanno alcuna pretesa di completezza sistematica: i primi intendono delineare percorsi di indagine, la seconda, limitata in generale ad opere recenti o recentissime, salvo qualche eccezione “classica”, vuole indicare effettive proposte di lettura.

Vorrei ringraziare i molti amici che hanno letto e discusso parti di questo libro. Fra quelli che mi hanno offerto preziosi suggerimenti critici, desidero ricordare Chiara Crisciani, Marcel Detienne, Gian Arturo Ferrari, Ferruccio Franco Repellini, Diego Lanza, Carla Mainoldi, Paola Manuli, Marco Santambrogio, Giulia Sissa, Silvia Vegetti. Non sempre sono stato in grado di tenere pienamente conto delle loro osservazioni, ma nessuna mi è risultata inutile.

Milano, gennaio 1979

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