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Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna? - K. BLIXEN
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Cat.n. 322

Gabriella Putignano

Flash di poesia, dipinti di versi. Prefazione di Raffaele Pellegrino. Postfazione di Francesco Malizia.

ISBN 978-88-7588-213-6, 2019, pp. 88, formato 140x210 mm., Euro 10.

In copertina: Tommy Ingberg, Reveal.

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10,00

Prefazione di Raffaele Pellegrino

A Francesca Fox, Mistero dell’Universo

“Della redenzione dell’amore”

Anche tu sei l’amore.

Sei di sangue e di terra

come gli altri. Cammini

come chi non si stacca

dalla porta di casa.

Guardi come chi attende

e non vede. Sei terra

che dolora e che tace.

Hai sussulti e stanchezze,

hai parole – cammini

in attesa. L’amore

è il tuo sangue – non altro.

C. Pavese

L’angelo del dolore piange il parmenicidio del presente che non è più, che si squarcia nella dissolvenza del passato e nella di-speranza del futuro. E la coscienza, che ne prende atto, intro-versa, si attorciglia in una patologia epilettica, di dionisiaco silenzio e apollineo furore. Ecco la scena iniziale dipinta dai versi esordienti della Professoressa Gabriella Putignano, incipit di un percorso di feritoie nomadi che tentano un destino di pallido infinito, forse ormai timoroso della Storia e infetto nel suo amore lussureggiante.

Che possibilità ha l’attesa di scorgere gli orizzonti, di provare a sognare, di scegliere la libertà? – sembra chiedersi l’umano che si aggrappa alle parole, con gli occhi rivolti dentro un volto prossimo ad implodere. Qual è il senso del desiderio male-detto se l’assenza fragorosa ridonda sulle fibre dell’essere come un velenoso rimpianto? Le poesie, nel loro susseguirsi, stringono il lettore in un afono sospiro di Bellezza, intercettandolo nelle sue risicate illusioni di libertà sospese a metà tra buio bigio e nebbia indifferente. L’angoscia si spinge, cadaverica e demoniaca, oltre i suoi reticolati di fuoco, ferendosi a sangue per superarsi nella malinconia atroce della morte. La morte, appunto, non giunge immediatamente, ma si staglia alla maniera di un ologramma per raccontare la metamorfosi letale alle sue vittime ed ai suoi redivivi ed eroici carnefici, nella voce che si incrina, nello sguardo che si spegne, nel cuore che piange l’eco solitario dell’amore. Poliziano scriveva: «Che fa’ tu, Eco, mentr’io ti chiamo? – Amo». Non si tratta, tuttavia, di un amore pulsionale, passionale, bensì di un riflesso meccanico, di mero flatus vocis, ricavato dall’erosione di un’azione, dall’interruzione di un palpito, dall’affogamento della vita ad opera di immaginari vermicoli carnivori.

E a nulla serve la preghiera corrotta dal trapasso dell’Io, che calpesta l’Altro nell’involucro della violenza, né i frantumi sonori di una chitarra spazzati dall’ingordigia cieca e brutale nelle lucide e voluttuose sfumature di cielo. Così, scorrendo le righe affilate del testo, talvolta si avverte la sensazione di sbattere il capo contro un muro di ghiaccio, che scompone l’unità dello spirito in una dividualità tale che le due metà dell’anima si cercano e si rincorrono senza mai avere la possibilità di trovarsi. Nello sdoppiamento identitario, non esiste dimora di quiete, né progetti di esistenza univoca e rasserenante, ma domina il rischio di stare fuori al freddo, sulle spine di un equilibrio preteso e protervo nel nulla, alla scoperta di fremiti di pura e lasciva contingenza.

Giungiamo sulla soglia del precipizio del paradosso del domandare, per cui se tutto il senso sembra svanire, allora non pare esserci necessità di chiedere la sostanza dell’universo, e, come marci voyeuristi del reale, fiutiamo l’essenza delle cause delle scelte umane, violando un invisibile velo di Maya, salvo poi esplodere di disillusioni. Le poesie del volume si leggono e si spiano, nelle foto, nei quadri, nei ricordi scolpiti su pagine che colano umori di nostalgie lontane, richieste d’aiuto da navi senza comandante, senza equipaggio, ad un’umanità senza lacrime, né emozioni, che tradisce l’ispirazione e le aspirazioni di rivoluzioni ormai fallite. Le ferite della vita sono ancora sulla vita sussultante, pelli divelte da cicatrici atopiche, che hanno perso la speranza di redenzione nella circolarità del tempo, per sgorgare nella bonomia di ceneri e lacrime. Nel ventre del buio, il creato è maestro d’attesa, «arderò – cero sui fiori d’autunno / tramortita nel sole», diceva Antonia Pozzi.

Soli, sempre più soli, accompagnati dall’afrore dell’utopia a ridestarci al mondo, a resistere, nonostante tutto, una resilienza arcana e solerte che, tuttavia, talvolta appare stolta nel fluire indifferente della vita, muta d’assenza, ebbra d’essenza, come un idolo perduto amaramente tra briciole di sospiri interrotti. Forse sarà l’ottimismo nel gettare la maschera a salvarci, o il mare a ricongiungerci al mondo, oltraggiato da un beante compromesso con il potere? L’autrice reclama, quasi spasmodicamente, l’essere della presenza, prima ancora della presenza dell’essere, e l’amore per il tempo vissuto, fissato nell’arte, glielo restituisce nell’eternità, con il panico anti-nietzscheano che non ritornerà eternamente. Riconoscere ciò che siamo e ringraziare la nostra dannazione alla peregrinazione eccitante lega il destino della vita all’origine del cuore, dilatando tempi e spazi, tale che, ricordando Ada Negri, «non è sorta l’alba che piombata è la notte»; allora sì che hai ragione tu, Ada, quando scrivi che «la vita ha in ogni battito la tremenda misura dell’eterno».

Le ultime poesie di Gabriella Putignano colorano di chiaro l’inquietudine disperata che attraversa le pagine illustrate, redimono i vagiti di dolore della nascita nel mondo, l’amore si è ormai destato e ferisce a colpi di vita la bocca schiumante di improvvisi fiocchi di neve fulgida, cadenzati, controluce, nella cuspide di respiri indomiti. Era necessario morire, solitari, tra le parole, per beccare le radici dell’altitudine funambolica, asciugarsi il rossore delle palpebre trionfanti di sangue e tornare a sincronizzare la bussola della lontananza, per posarsi ancora sulle radure dell’attesa in cui si di-struggono le meraviglie

dell’addio. Il sentiero della Bildung votato allo stupore ritrovato è così tracciato dalla poesia, su di un lungo respiro, un arco teso sulle sponde di un abisso incandescente.

E l’amore, grazie alla poesia, restituisce, in ultima istanza, consistenza ontologica al poeta, all’Io e all’Altro, seguendo la lezione di Arthur Rimbaud esplicitata in una lettera del 15 maggio 1871 del poeta francese a Paul Demeny: «Io è un altro», e l’Io poeta è tale se apprende se stesso scrutandosi e cercandosi; solo allora, attraverso uno «sregolamento di tutti i sensi», egli si farà «veggente», «ladro di fuoco», e giungerà all’ignoto, dopo aver vissuto visioni, veleni, sofferenze e follia, dopo aver censito i silenzi, distillandone «solo le quintessenze», caricando sulla propria anima il grembo dell’umanità.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

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