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Cat.n. 539

Salvatore A. Bravo

La verità di Bartolomeo Vanzetti. Il capitalismo U.S.A. lo volle sulla sedia elettrica perché anarchico e pensatore della libertà.

ISBN 978-88-7588-444-4, 2026, pp. 128, formato 130x200 mm., Euro 13 – Collana “Divergenze” [95].

In copertina: Bartolomeo Vanzetti.

indice - presentazione - autore - sintesi

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Introduzione

Scrivere un testo sugli anarchici, e su Bartolomeo Vanzetti pensatore, non è opera semplice. Gli anarchici libertari e comunisti sono parte della storia dei vinti, i quali hanno testimoniato con la carne viva la natura etica e comunitaria degli esseri umani. Essi non hanno solo lottato, ma ci hanno lasciato un patrimonio di idee e di progettualità con cui è necessario confrontarsi per uscire dalla fatalizzazione del presente e dall’individualismo disperato del capitalismo.

Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco furono assassinati dalla genocidaria “in-giustizia” USA il 23 agosto del 1927 nel penitenziario di Charlestown nel Massachusetts.

Attendono ancora la riabilitazione, giacché, il proclama del governatore del Massachusetts Michael Dukakis nel 1977 non dichiara la loro innocenza, ma si limita a denunciare il clima di tensione e di fanatismo razziale entro il quale si consumò il processo a loro carico. La sentenza fu la logica conseguenza del pregiudizio verso gli anarchici e gli immigrati in generale. I fatti non furono appurati, ma ignorati.

Gli Stati Uniti tra le due guerre mondiali erano scossi da violenze generalizzate; rapine, omicidi e delinquenza erano l’effetto dello sfruttamento padronale, per cui la causa della violenza fu ideologicamente proiettata sugli ultimi.

La storia del capitalismo è storia di abili e mediatiche proiezioni delle contraddizioni strutturali sui soggetti fragili al fine di deviare l’attenzione del popolo dalle cause strutturali del malessere sociale.

Vanzetti e Sacco pagarono anche per il loro radicalismo: erano anarchici, credevano e lottavano per un sistema politico conforme all’eccellenza della natura umana. Pagarono per tutto questo e pagano ancora, in quanto su di loro grava l’accusa di rapina e omicidio. Lo stigma di anarchici e migranti fu un marchio così rovente da condurre la “in-giustizia americana” ad ignorare durante il processo le dichiarazioni di Celestino Madeiros, gangster portoricano, che si assunse le responsabilità dei crimini imputati agli anarchici italiani.

Nulla valse a fermare la sentenza. Le proteste di piazza e gli appelli sostenuti da scienziati e letterati come Bertrand Russell e Albert Einstein non sortirono effetto. La loro storia negli ultimi decenni si è obliata, non compaiono quasi mai nei testi di storia, mentre largo spazio è dato al caso Dreyfus per sostenere le politiche filo-israeliane.

Il caso “Sacco e Vanzetti” è stato oscurato e con esso la valutazione critica sulla giustizia degli Stati Uniti. Non vi sono studi che cercano di sistematizzare le osservazioni filosofiche e critiche di B. Vanzetti, giacché egli fu anche un appassionato studioso. Nelle lettere e in taluni scritti emerge un pensatore di rara profondità e delicatezza. La loro storia tragica ed eticamente eroica subì sin dalla loro esecuzione il tentativo di censura e di rimozione. Il parallelo tra la democrazia statunitense e il fascismo italiano è d’obbligo. In patria come negli Stati Uniti furono oggetto di “cultura della cancellazione”.

Le oligarchie cercarono di obliterare le tracce dell’ingiusta sentenza, mentre il popolo americano e il popolo italiano cercavano di tenere viva la memoria per ottenerne la riabilitazione. Le oligarchie statunitensi e italiane sono speculari. Il potere si difende dalla verità rimuovendola, in modo che il popolo, per loro semplice plebe, possa velocemente dimenticare.

Nel Massachusetts, subito dopo la loro esecuzione, fu dato ordine di “bruciare” le pellicole che li ritraevano e i filmati di protesta del popolo americano. Furono bruciati non solo nella carne; il potere tentò di bruciarne la memoria eliminando col fuoco le immagini e i filmati che li ritraevano: temeva che potessero evocare lo spirito rivoluzionario. L’odore di carne bruciata giunge fino a noi, ma lo spirito e le idee sono indistruttibili:

L’America democratica è ancora scossa dall’avvenimento e si sta preparando ad una reazione concreta, realistica, razionale. Il governo del Massachusetts però ha paura e fa eliminare materialmente tutti i documenti riguardanti il caso. Non vuole che il mondo possa verificare a posteriori qual è stato il suo comportamento nel corso del processo, quali sono stati gli errori volutamente compiuti per colpire non dei comuni delinquenti, ma un’idea rivoluzionaria. In particolare vuole che tutti i filmati ripresi negli anni dal 1920 al 1927, nei quali appaiono scene delle manifestazioni a favore di “Nick e Bart”, riprese nell’aula del processo di Dedham, immagini di democratici in protesta, vengano bruciati. Ordina alle case di produzione, che a quel tempo si erano occupa te della ripresa, di consegnare la totalità delle pellicole. Le fiamme distruggono tutto l’importante materiale. Soltanto un filmato, parzialmente bruciato, si salva.

Il capitalismo assume forme diverse, ma è uguale ovunque, infatti, mentre si teneva il lungo e tormentato processo, Mussolini, alla ricerca di popolarità, chiese clemenza. Con l’esecuzione e il ritorno in Italia della famiglia Vanzetti il regime mostrò il suo vero volto. Gli anarchici sono sovversivi e, pertanto, la famiglia Vanzetti fu perseguitata. Si colse l’occasione per castigare e terrorizzare i nemici del fascismo.

I Vanzetti, cattolicissimi e borghesi, furono trattati con sospetto e perseguitati mediante perquisizioni improvvise e illegali. Si era alla ricerca di lettere e di documenti che la famiglia difese e nascose, ma specialmente lo scopo era impedire che il caso divenisse «occasione pubblica per pensare il potere nella sua lugubre e sanguinaria verità».

La violenza di cui fu vittima la famiglia Vanzetti doveva essere da monito agli antifascisti e a coloro che li sostenevano nell’impegno per la riabilitazione dei due anarchici:

A Villafalletto, Vincenzina Vanzetti e la sorella Luigia, non ancora riavutasi dallo stato depressivo causato dal triste avvenimento, con l’ausilio dell’impiegato comunale Carlo Villauri, iniziano il difficile ed impegnativo lavoro di riabilitazione di Bartolomeo tra la popolazione che quotidianamente sta loro accanto. Un lavoro organizzato, realizzato in modo spontaneo con i cittadini più aperti, quelli che del fascismo non ne vogliono sapere, quelli che sono disposti a pagare di persona per le giuste cause. L’abitazione e la bottega dei Vanzetti vengono più volte visitate dalla polizia dell’epoca che, facendosi forte dell’autorità, interviene in modo antiumano, senza alcun mandato di perquisizione, con il solo scopo di dan­neggiare la famiglia, di scoprire eventuali inesistenti legami tra Vanzetti ed i “rossi sovversivi”.

Il senso della giustizia “acuisce l’ingegno” e la sorella dell’anarchico, Luigia Vanzetti, con uno strata­gemma salvò le lettere. Furono ritrovate casualmente dopo la sua morte. Molti documenti furono salvati. Lo scopo era salvaguardare la memoria e attendere tempi più propizi per la riabilitazione.

La riabilitazione senza una adeguata conoscenza della vita, dell’opera e del pensiero dell’anarchico non è tale. Dimostrare l’innocenza non è solo “questione giuridica”, ma essa non può che implicare la conoscenza reale di Vanzetti e questo a ruota comporta il medesimo atteggiamento verso Sacco. La parte non può essere separata dal tutto; la verità è l’intero, e dunque solo la ricostruzione olistica della storia dei due anarchici potrà donare giustizia.

La tenacia di Vanzetti era qualità di tutta la famiglia. I nipoti continuano, ancor oggi, l’impegno etico e storico in difesa della memoria di Vanzetti. La memoria, e specialmente un innato e pensato senso di giustizia sostengono, ancora, i loro sforzi, in quanto le ingiustizie che gli innocenti subiscono, se diventano patrimonio comune del popolo sono anticorpi contro la tracotanza nichilistica del potere padronale:

La famiglia Vanzetti, in Italia, riceve altre visite inaspettate da parte della polizia fascista. Luigia, per evitare che le guardie del potere possano portargliene via, nasconde le tanto care lettere del fratello in un sacchetto di tela bianca, a sua volta rinchiuso in un altro sacchetto, e lo butta casualmente su un mobile. Vuole che nessuna le veda, neppure la stessa sorella Vincenzina e neppure coloro che si stanno battendo per la riabilitazione del fratello (rimarranno sul mobile fino al 1950, anno in cui Luigia morirà il 19 gennaio, e Vincenzina, disperata per averle perse, le ritroverà casualmente, durante la pulizia della stanza della sorella).

La microfisica della violenza è tentacolare. Per sospingere i famigliari verso la disperazione e spezzare interiormente la loro resistenza al potere, si rese loro impossibile la vita quotidiana e la ricerca del lavoro fino a rendere la visita al luogo della sepoltura un “doloroso tormento”.

Il potere non conosce che calcoli e strategie per riaffermare le gerarchie e ridurre i dissenzienti al silenzio mediante la pratica del terrore. Il potere teme i resistenti, sempre. La tomba di Vanzetti fu oggetto di gesti vandalici. L’incontro con l’anarchico nel suo luogo di sepoltura fu reso impossibile, poiché sulla sua tomba i suoi cari ritrovavano la motivazione per resistere e gli oppositori potevano dialogare interiormente con l’uomo e l’anarchico che rigettò il potere in ogni sua forma. I fiori sparivano dalla sua tomba e con essi il portafiori. La famiglia non doveva mai trovare pace, doveva percepirsi come assediata sempre, in modo che potesse abbandonare ogni aspirazione alla giustizia:

Poco alla volta le ostilità nei confronti della famiglia Vanzetti aumentano e, ad esclusione di pochi, la maggior parte della popolazione preferisce evitare il discorso del concittadino assassinato nello stato di Massachusetts. Addirittura in alcuni casi, piccoli atti di vandalismo fine a se stesso vengono a caratterizzare la tranquilla vita della cittadina: i fiori che con regolarità vengono portati sulla tomba di Bartolomeo immancabilmente spariscono ad opera di ignoti. Sparisce anche il portafiori.

Non dissimile fu il trattamento riservato alle ceneri di Sacco. Il potere sorveglia, perché teme la testimonianza dei resistenti anche dopo averli assassinati. Un potere spettrale e paranoico ha terrore dei testimoni di giustizia che ha assassinato.

La testimonianza di Michele Sacco è preziosa, egli descrive l’arrivo a Torremaggiore delle ceneri di Ferdinando (Nicola) Sacco. Il potere accolse le ceneri per poter controllare e sorvegliare coloro che omaggiavano l’anarchico:

II giorno che a Torremaggiore arrivarono le ceneri di mio zio Ferdinando, vennero in paese due camion pieni di poliziotti. A nessuno della nostra famiglia fu permesso di recarsi al cimitero per prendere parte ai funerali ad eccezione dello zio Sabino che fu invitato dalla Questura di Foggia a recarsi presso la stazione ferroviaria di San Severo per svincolare da un carro ferroviario l’urna contenente le ceneri dello zio Ferdinando. Non ricordo con precisione il giorno esatto in cui avvennero i funerali. L’urna era grande pressappoco come una di quelle “misure per la farine” che allora si trovava nelle nostre case; lo zio Sabino la reggeva con le mani stringendola contro il proprio petto e scortato dal Commissario di Pubblica Sicurezza, percorrendo via Carlo Alberto (ora via della Costituente) e poi il viale del camposanto, la portò al cimitero. Mio padre assistette ai funerali di suo fratello nei pressi del Pozzo dei Greci situ­ato sul piano comunale; io ero vicino a lui. L’urna cineraria era coperta da un drappo che non ricordo di che colore era. II viale del camposanto era pieno di poliziotti in borghese che facevano allontanare i curiosi. Prima che l’urna fosse tumulata, lo zio Sabino raccolse qualche fiore e li depositò assieme ad essa nel loculo. Il giorno dopo, sullo stesso loculo, appesa ad un chiodo, fu trovata una corona di fiori rossi e mai seppi chi fosse stato ad appenderla. Per questo motivo, dai carabinieri, fu fermato Gino Moffa (Luigi Calabrese) in quanto faceva il fioraio ma venne rilasciato poco dopo perché ritenuto estraneo al fatto. Seppi dopo che Gino Moffa fece soltanto il fusto della corona. La lapide con il solo nome di Ferdinando Sacco fu messa qualche giorno dopo a spese del Municipio quella che esiste attualmente fu fatta murare, dopo la fine della seconda guerra mondiale, da mia sorella Fernanda. Mi risulta che il successivo due Novembre, giorno dei morti, il loculo era guardato a vista da poliziotti in borghese allo scopo di impedire il formarsi di capannelli ed il deposito di fiori. Mi risulta anche che ad ogni notte di Primo Maggio sulla tomba di mio zio venivano clandestinamente depositati dei fiori come veniva anche estirpato l’albero posto sul cippo dedicato ad Arnaldo Mussolini.

Nel secondo dopoguerra le pubblicazioni sono state numerose, e sicuramente, la vivacità politica del tempo ha sicuramente contribuito alla mole di pubblicazioni, ciò malgrado il potere con i suoi fedeli vassalli ha continuato la sua opere di censura. Le pubblicazioni si sono concentrate primariamente sulla liceità delle condanne a morte e sull’evidente parzialità della giustizia statunitense.

Sullo sfondo è rimasta la riflessione politica e filosofica. Vanzetti, in particolare, è stato un pensatore: nei suoi testi brevi e nelle lettere emerge il profilo teoretico dell’anarchico. In Italia il caso è stato oggetto di un uso ideologico e ciò non ha contribuito alla conoscenza reale e completa dei due anarchici. Durante la Guerra fredda il caso è stato usato nella contrapposizione tra destra e sinistra. Indice di tale dinamica è il caso del teledramma dedicato ai due anarchici. La RAI acquistò i diritti sul teledramma trasmesso negli Stati Uniti nel 1960. Solo nel 1977 esso sarà trasmesso in Italia. Il 1977 è l’anno del proclama del governatore del Massachusetts Michael Dukakis, pertanto si osò ufficializzare l’ingiustizia anche con la TV di Stato. Sono trascorsi nel frattempo ben cinquant’anni:

La Tv italiana acquista da Reginald Rose i diritti sul teledramma trasmesso negli Stati Uniti nel 1960. Il lavoro per la realizzazione è particolarmente impegnativo e porta via parecchi mesi; Sacco viene interpretato da Achille Millo, mentre il ruolo del pescivendolo di Villafalletto tocca a Franco Graziosi. La rete televisiva annuncia la messa in onda del teledramma per la fine del 1964, ma subito dopo rimanda la trasmissione, a data da destinarsi; in seguito assicura che provvederà a renderlo pubblico nel marzo 1965, ma ancora una volta viene “rimandato”; come se non bastasse anche la preannunciata rappresentazio­ne di aprile viene rimandata ad altra data. Poi il silenzio, tra gli organi che reggono il macchinoso stabilimento televisivo nazionale (il teledramma, finalmente, verrà proiettato 12 anni dopo, nel 1977).

Vanzetti fu un pensatore e, in carcere, lesse e affinò la sua cultura politica ed umana. Egli credeva nell’umanità, era un ottimista, ma non in senso ingenuo. In ogni persona vi sono possibilità e qualità che il potere soffoca. Il dominio di classe sollecita solo lo sviluppo delle qualità più primitive e regressive dell’essere umano. Per risvegliare le qualità che connotano l’eccellenza eti­ca degli esseri umani sono necessarie la lotta e la partecipazione. Per ritrovare la forza etica e combattere il dominio bisogna, prima di tutto, lottare interiormente contro l’egoismo che si materializza pienamente nella logica crematistica e dell’accumulo pecuniario.

Il potere, dunque, teme i “movimenti dell’anima”, perché rivelano le potenzialità etiche e comunitarie dell’essere umano. Combatte le passioni nobili e omaggia il pessimismo antropologico, esso fa della “paura la propria feroce tranquillità”. Il potere annichilisce le passioni più nobili, e questa, è una forma di morte dello spirito che il potere persegue.

Lo sfruttamento uccide consumando i lavoratori ed esponendoli a pericoli mortali che spesso han­no il sopravvento, ma la morte è anche nella forma dell’annichilimento dello spirito. L’essere umano reso oggetto e mezzo per il plusvalore è negato nella sua essenza storica, non è più soggetto che pone fini oggettivi nella storia, ma è solo un mezzo da usurare per i capitalisti che non pensano ma calcolano solo il loro profitto personale.

Solo la motivazione etica disinteressata rende autenticamente rivoluzionari e pone l’essere umano di­nanzi a se stesso nella sua verità etica. La rivoluzione interiore e sociale non si compra, essa è il sacro laico e mondano che si svela nell’impossibilità di acquisirla con il mercimonio capitalistico. Il sistema capitalistico cerca da sempre di catturare “l’invisibile” che sfugge alle logiche pecuniarie:

Mia cara Signora Glendower Evans,

Stavo proprio pensando a cosa avrei fatto dopo i lunghi giorni di prigione: mi dicevo: «Lavora un po’». Ma cosa? Scrivi. Una dolce figura materna mi è venuta in mente e ho sentito di nuovo la voce: «Perché non scrivi qualcosa adesso? Ti sarà utile quando sarai libero». Proprio in quel momento ho ricevuto la tua lettera. Grazie dal profondo del mio cuore per la fiducia nella mia innocenza; lo sono. Non ho sputato una goccia di sangue, né rubato un centesimo in tutta la mia vita. Una piccola conoscenza del passato; un’esperienza dolorosa della vita stessa mi avevano dato idee molto diverse da quelle di molti altri esseri viventi. Ma desidero convincere i miei simili che solo con virtù e onestà è possibile trovare un po’ di felicità nel mondo. Predicavo: la­voravo. Desideravo con tutte le mie facoltà che la ricchezza sociale appartenesse a ogni creatura vivente, così come era il frutto del lavoro di tutti. Ma questo non significa rubare per un’insurrezione. L’insurrezione, i grandi movimenti dell’anima, non hanno bisogno di dollari. Ha bisogno d’amore, luce spirito di sacrificio, idee, coscienza, istinti. Ha bisogno di più coscienza, più speranza e più bontà. E tutte queste cose benedette possono essere seminate, risvegliate, coltivate nel cuore dell’uomo in molti modi, ma non con la rapina e l’omicidio per rapina. Voglio che tu sappia che penso all’Italia, così parlando, come famiglia universale, rivolgendomi a questo umile figlio, dirò che, per quanto mi richiedano i miei bisogni, i miei desideri e le mie aspirazioni, non ho bisogno di diventare un bandito. Mi piace l’insegnamento di Tolstoj, San Francesco e Dante. Mi piace l’esempio di Cincinnati e Garibaldi. La gioia epicurea non mi piace. Un piccolo tetto, un campo, qualche libro e del cibo è tutto ciò di cui ho bisogno. Non mi interessano i soldi, il tempo libero, l’ambizione mondana. E onestamente, anche in questo mondo di agnelli e lupi posso avere queste cose. Mio padre ha molti campi, case, orti. Commercia in vino, frutta e granai. Mi ha scritto molte volte di tornare a casa e fare l’uomo d’affari. Ebbene, questo presunto assassino gli aveva risposto che la mia coscienza non mi permetteva di fare l’uomo d’affari e che mi sarei guadagnato il pane lavorando il suo campo. E ancora: la luci­dità mentale, la pace della coscienza, la determinazione e la forza di volontà, l’intelligenza, tutto, tutto ciò che fa sentire l’uomo parte della vita, della forza e dell’intelligenza dell’universo, sarà infranto da un crimine. Lo so, lo vedo, lo dico a tutti: non violate la legge della natura, se non volete essere infelici. Ricordo: era una notte senza luna, ma stellata. Siedo da solo nell’oscurità, mi dispiaceva, mi dispiaceva molto. Con il viso tra le mani ho iniziato a guardare le stelle. Sento che il desiderio dell’anima si allontana dal corpo, e ho dovuto fare uno sforzo per trattenerlo nel petto. Quindi, sono figlio della Natura, e sono così ricco. Che non ho bisogno di soldi. E per questo dicono che sono un assassino e mi hanno condannato a morte. Morte? Non è niente. […] 1921. Carcere di stato di Charlestown.

La lettera è esplicativa del sentire oceanico di Vanzetti che assume sempre la forma della progettualità. Il linguaggio e lo stile di B. Vanzetti pur essendo carichi di tensione etica e di scandalo dinanzi all’ingiustizia sono profondamente razionali, in quanto l’emotività è resa in concetto, per cui le sue parole colpiscono la mente e lo spirito del lettore contemporaneamente. Solitamente nei pensatori con formazione accademica “il cominciamento” del fare filosofico è occultato mediante il linguaggio specifico della politica, dell’economia o della filosofia. In Vanzetti, invece, il profondo non resta occultato ma scorre in modo palese nella forma del concetto. La causa profonda è dunque evidente. L’essere umano è primariamente un essere etico e sociale. Senza tale “radice prima” nessuna buona politica è possibile e nessun progetto è realmente rivoluzionario. Giustizia sociale è rendere reale e razionale nella materialità della storia l’essere umano nella sua interalità dinamica. Da tale verità bisogna ripartire per riprendere il dialogo interrotto con Vanzetti e con gli anarchici libertari.



Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).

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