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Da Sofocle a Brecht, Antigone attraversa i secoli come figura politica per eccellenza: non soltanto eroina della coscienza contro il potere, ma personaggio ambiguo, inquieto, capace di mettere in crisi ogni lettura pacificata del rapporto tra legge, famiglia, città e autorità. Il presente saggio ripercorre la fortuna del mito a partire dalla tragedia di Sofocle interrogandone i nodi centrali: la presunta tirannide di Creonte, il significato delle “leggi non scritte”, il conflitto tra polis e ghenos, tra interesse pubblico e vincoli di sangue. La seconda parte è dedicata alla riscrittura di Bertolt Brecht, composta nel 1947 all’indomani della catastrofe nazista. Qui Tebe diventa specchio straniante della Germania sconfitta: Creonte assume i tratti del dittatore imperialista, la guerra si rivela impresa di conquista, Antigone non è una resistente senza macchia, ma una figura tardiva e problematica di opposizione. Ne risulta un percorso che mostra come ogni epoca abbia avuto la propria Antigone, trasformando il mito in strumento critico per pensare disobbedienza, potere, responsabilità e memoria storica.
In Appendice la traduzione italiana del testo di Walter Jens, Sophokles und Brecht. Dialog, scritto nel 1958, in occasione di una messinscena dell’Antigone di Sofocle a Karlsruhe.
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