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Nota introduttiva
di Vittorio Morfino e Francesco Vitale
Fortunato Cacciatore, professore di storia della filosofia presso l’Università della Calabria, è venuto a mancare il primo di luglio 2025. È stato uno studioso rigoroso e militante, assecondando una passione politica che affondava le sue radici negli anni del liceo. Di formazione marxista, secondo la tradizione familiare, ha militato prima nella Federazione dei Giovani Comunisti Italiani di cui è stato leader a Salerno, città dove è nato e cresciuto e poi nella Sinistra giovanile, della quale è stato anche dirigente nazionale.
In quegli anni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, lo studio precoce e vorace di Marx e dei “classici” del marxismo si intrecciava con l’azione politica: letture collettive, seminari, dibattiti, ma anche riunioni “in Federazione”, assemblee nelle scuole, iniziative nelle zone più disagiate della città e campagne elettorali vissute come una festa.
Sempre in posizione “eccentrica” ma costruttiva tanto rispetto agli apparati quanto alla tradizione di riferimento. Sempre alla ricerca di soluzioni alternative alle contraddizioni che vedeva sclerotizzarsi nella società come negli strumenti per interpretarla e trasformarla. Alla lettura di Marx e Engels, si aggiunsero ben presto quelle di Labriola, Gramsci, Althusser, Balibar, ma anche di Nietzsche, Benjamin, Bataille e Derrida.
Ritracciando a ritroso il suo percorso, la sua produzione “accademica”, rileggendo i suoi libri e i tanti saggi, si può in particolare cogliere tutta l’importanza del filosofo franco-algerino così mal tollerato negli ambienti che Fortunato frequentava, tanto quello intellettuale quanto quello politico.
Una presenza dapprima cifrata, poi discreta, infine decisiva. A cominciare dalla figura del “tramonto” nello studio su Spengler (Indagini su Oswald Spengler, 2005), interpretata come uno “spettro” destinato a ritornare nella cultura europea con effetti politici nefasti che dovremmo impegnarci a scongiurare (le pagine dedicate alla costruzione spengleriana della minaccia proveniente dall’Oriente la Russia illuminano il nostro presente dopo averne annunciato il ritorno). Poi il confronto con la dialettica hegeliana (Protestantesimo e filosofia in Hegel, 2003). E ancora il dibattito sulla nozione di “egemonia” elaborata da Laclau e Mouffe in Egemonia e strategia socialista (2011), di cui Fortunato ha curato, con Michele Filippini, l’edizione italiana mettendone in evidenza gli snodi critici, teorici e politici (per esempio, il ruolo fondante attribuito alla psicanalisi lacaniana senza tenere conto degli esiti della sua decostruzione). Infine, la discussione della matrice greca del paradigma dell’autoctonia e delle sue tragiche traduzioni politiche nella storia dell’Occidente, riconoscendovi il ritorno del rimosso della democrazia, in particolare nelle politiche europee del “controllo” delle dinamiche migratorie.
Con la figura dell’“arrivante”, chiave di lettura di Coloro che arrivano (2013), il riferimento a Derrida diventa centrale, questa volta come esplicito interlocutore, allo scopo di elaborare una posizione politica all’altezza del nostro “presente” una prospettiva molto simile a quella adottata da Balibar, divenuto nel corso degli anni un punto di riferimento sempre più importante per Fortunato Cacciatore.
Proprio Balibar è una figura centrale nel libro a cui Fortunato stava lavorando, Eredità di Marx e fini della politica, in cui il problema dello Stato nella tradizione marxista viene articolato con l’attuale crisi della democrazia.
Di questo libro, che vedrà la luce ben presto grazie al lavoro degli amici più stretti, abbiamo voluto anticipare il saggio che segue. Esso costituisce uno splendido esempio del modo in cui Fortunato lavorava sui testi: con rigore e pudore rari, confrontandosi con giganti come Hegel e Marx senza arroganza ma nemmeno paura, interrogandoli con rispetto ma senza alcuna sudditanza sulle questioni decisive in questo caso, la questione della politica e della sua “cosiddetta” fine.
Perché lo studio della storia della filosofia, per quanto rigoroso e accurato, non è mai stato per Fortunato una semplice ricostruzione del passato, ma sempre “interpretazione attiva”, presa di posizione, intervento critico nel “presente” volto in ultima istanza alla sua trasformazione. In questo senso Coloro che arrivano rappresenta icasticamente l’articolazione tra ricerca e militanza.
Ed è in fondo la cifra stessa dell’esistenza di Fortunato Cacciatore: il suo accompagnare questa lotta nella teoria con un’azione politica concreta. Nell’Università, certo, lottando contro la sua trasformazione aziendalistica e tecno-burocratica, contro lo svilimento del ruolo fondante che le attribuisce la “nostra” Costituzione, e in difesa dei diritti degli studenti in particolare del diritto di manifestazione del dissenso. Ma anche sul territorio, sostenendo attivamente le rivendicazioni sociali che emergevano di volta in volta, specialmente in difesa dei diritti dei migranti.
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