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La politica rivoluzionaria, per Marx, non è mai autonoma né contemporanea a sé stessa: essa deve prendere in prestito nomi, bandiere e colori dalle lotte nazionali e dalle classi dominanti per entrare in scena. Tra l’orizzonte finale dell’emancipazione e la mischia del presente si apre uno scarto incolmabile, dove l’anacronismo diventa un attributo essenziale dell’agire politico. In Germania, “paese classico della non-contemporaneità”, nessuna rivoluzione parziale è possibile: solo l’emergere del proletariato come incorporazione della sofferenza radicale può trasformare l’impossibilità in possibilità positiva. Ma il proletariato non è un soggetto già dato, né la sua azione è prevedibile: la politica rivoluzionaria è lotta senza garanzie, esposta a contaminazioni e contraddizioni. Attraverso una lettura originale dei testi marxiani dal 1843 al 1848, l’autore mostra come la rivoluzione risponda a una duplice esigenza: mantenere viva la tensione verso il fine, senza mai abbandonare la mischia del presente. Ne emerge una concezione inedita del potere pubblico e della democrazia, lontana da ogni teleologia, ma radicalmente politica.
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