Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 008

Giancarlo Paciello

La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese. Con testi di Henry Laurens, Francis Jennings,  Zeev Sternhell, Norman Finkelstein, Gherson Shafir.

ISBN 88-87172-19-X, 2004, pp. 304, formato 170x240 mm, Euro 20 – Collana “Divergenze” [38].

In copertina: Una rifugiata palestinese separata – con il filo spinato – dalla sua casa dalla “Linea Verde”, la linea armistiziale definita dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. Oggi si costruisce IL MURO

indice - presentazione - autore - sintesi

20,00

Premessa

 

«La Palestina è la nostra patria storica, che ci resterà sempre nel cuore. Questo nome da solo sarebbe un segnale di adunata straordinariamente toccante per il nostro popolo. Se Sua Maestà il Sultano ci concedesse la Palestina, ci potremmo impegnare, per sdebitarci, a risistemare le finanze della Turchia. In favore dell’Europa noi costruiremmo là una parte del vallo per difenderci dall’Asia, costituendo così un avamposto della civiltà contro la barbarie. Come Stato neutrale resteremmo in rapporto con tutta l’Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per i luoghi santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di diritto internazionale, per garantirne l’extraterritorialità. Costituiremmo la guardia d’onore intorno ai luoghi santi e ci renderemmo garanti, a prezzo della nostra stessa vita, dell’adempimento del nostro dovere. Questa guardia d’onore sarebbe il grande simbolo per la soluzione della questione ebraica dopo diciotto secoli di sofferenza».

 

Theodor Herzl, Lo Stato ebraico

 

 

Eccomi di nuovo, senza alcuno spirito di parte, a tentare di contribuire a far chiarezza su una questione che appare ai più incomprensibile, a molti irresolubile, ai sostenitori dello Stato d’Israele comunque un problema di vita o di morte, ai sostenitori della causa palestinese un susseguirsi di violenze ed umiliazioni nei confronti di una comunità che si sente (e si vede) continuamente derubata, da un secolo ormai, della propria terra.

Senza alcuno spirito di parte.

Sono sicuro che questa affermazione verrà condivisa da pochissimi lettori, essendo così profondamente diffusa, a tutti i livelli della società, l’idea che non esista alcuna possibilità di ricercare la verità, in particolare con riferimento ai processi storici (e agli avvenimenti ad essi connessi), e che perciò sia il tifoso, (la figura più estranea ad un atteggiamento scientifico, una figura accettabile soltanto, sempre che non assuma un comportamento violento, all’interno di uno stadio!), il soggetto più adatto per “misurare” qualsiasi realtà, passata e presente della società.

O con me o contro di me, questo è il criterio suggerito ed esaltato in mille modi, che spinge spesso, chi ha autonomia di giudizio, a tirarsi fuori, ad estraniarsi, per non subire la logica binaria dello schieramento. Figurarsi poi su un problema come quello che intendo affrontare e del quale mi occupo ormai da trent’anni, dove l’alternativa si è trasformata in un radicale: “O con Israele o con i terroristi palestinesi” oppure, su un terreno ancora più infido: “L’antisionismo è la forma moderna dell’antisemitismo”.

Io non intendo tirarmi fuori! Il contenuto di questo mio lavoro punterà proprio a falsificare quest’ultimo slogan che considero strumentale, ancor più che falso, guardandomi bene dal concedere il minimo spazio a quella oscena equidistanza, tanto in voga tra i nostri politici, e anche tra i “facitori” di opinioni (gli opinion maker dei mezzi di comunicazione di massa), che si pongono sempre tra i buoni, super partes, che si appellano sempre alla buona volontà, che sperano sempre nella pace, ma che non esprimono mai un giudizio di valore su chi è l’oppresso e chi è l’oppressore, così come non ricordano mai le centinaia di risoluzioni dell’ONU sui Territori Occupati, occupati da quasi 37 anni. Dicono sempre che per fare la pace occorre essere in due, ma dimenticano che tra i due esiste un rapporto di forze del tutto a favore di una parte che, per evitare ogni rischio di equilibrio, gode pure dell’indiscusso sostegno statunitense.

 

Questo lavoro mi permetterà anche di presentare al pubblico italiano l’elaborazione di un gruppo di storici e di sociologi israeliani (autodefinitisi “nuovi storici”) in riferimento all’avventura sionista. Si tratta quasi sempre di israeliani che insegnano nello Stato d’Israele, in altri casi invece si tratta di ebrei che insegnano in università americane. Sono nomi che cominciano ad essere noti in Italia, anche se ancora poco tradotti. Questi storici sono in prevalenza noti per aver messo in discussione i miti, alimentati dai padri fondatori, in particolare in relazione alla nascita dello Stato d’Israele, considerata una sorta di inizio della storia del conflitto israeliano-palestinese.

Ma è mia intenzione indagare sulla “preistoria” del conflitto, nato in realtà sul finire del XIX secolo, e perciò anche sull’ideologia che spinse alcune decine di migliaia di ebrei ad emigrare in Palestina, il sionismo. Non sempre, ma spesso sulla scorta della documentazione dei nuovi storici israeliani, dei quali vengono pubblicati due testi assai significativi. Sono passati molti anni ormai dalla nascita di questo gruppo, assai eterogeneo del resto, costituito anche da sionisti, ed ora alcuni giornalisti, una volta più attenti alle cose del Medio Oriente, e dunque con un certo ritardo, cominciano a parlarne. Speriamo che si affrettino a leggerli, e che si liberino anche di tutta una serie di pregiudizi, che hanno dato vita a tanti luoghi comuni, come quello della nascita dello Stato d’Israele come risultato della cattiva coscienza dell’Occidente, in seguito al genocidio nazista.

Il primo congresso sionista si tenne a Basilea nel 1897. Nel suo diario, all’indomani del congresso, Hertzl scriveva:

 

Se dovessi riassumere il congresso in una parola – che mi guarderei bene dal rendere pubblica – sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se lo dicessi a voce alta, sarei accolto da un universale scoppio di risa. Forse fra cinque, sicuramente fra cinquant’anni se ne accorgeranno tutti”.

 

In realtà, il congresso, nel suo programma, non nominava lo Stato ebraico, si limitava a chiedere la concessione “di un focolare garantito dal diritto pubblico” ottomano in Palestina (nell’originale tedesco: einer öffentlich-rechtlich gesicherten Heimstätte). Di Stato ebraico ne aveva già parlato Herzl in Der Judenstaat (Lo stato ebraico), e se ne continuerà a parlare poi, anche se i documenti ufficiali, la Dichiarazione Balfour come il Mandato sulla Palestina si atterranno alla formulazione meno impegnativa di “focolare nazionale ebraico”. Ho attribuito alla Dichiarazione Balfour impropriamente il carattere di ufficialità (anche se ho trovato scritto che detta Dichiarazione costituì l’atto di nascita ufficiale dello Stato ebraico!), dal momento che non era altro che una lettera, rivolta al responsabile di una comunità da parte di un Primo ministro di un paese che non aveva (ancora!) alcun potere sulla Palestina, ma si trattava, (occorre dirlo?) della potenza imperialistica egemone di allora, unitamente alla Francia, e cioè la Gran Bretagna. Poi, proprio la Gran Bretagna, poco più di un mese dopo la Dichiarazione, entrerà, armi e bagagli, in Palestina.

 

 

 

Introduzione

 

“L’uomo propone… e Dio dispone!” diceva mia madre. Ora, a parte qualche modesto distinguo relativo alla mia concezione monomondana, occorre dire che il detto continua a conservare una sua cogenza, rispettata rigorosamente anche dalla genesi della nascita di questo libro.

Inizialmente, esso doveva rappresentare il completamento di un mio saggio sui nuovi storici comparso, nell’ormai lontano 1998, sul numero 2 di Koiné, che costituisce quasi per intero il paragrafo 8 di questo libro. E puntare a dare un quadro d’insieme dell’opera, assai difforme, dei nuovi storici, andando all’origine della questione palestinese. Tutto ciò prevedeva anche la pubblicazione di testi non alla portata del pubblico italiano. Ma, presto, all’esigenza puramente storica che mi aveva spinto ad analizzare i lavori e presentare alcuni scritti dei nuovi storici, tornando così indietro nel tempo, se n’è aggiunta, o meglio è tornata prepotentemente alla superficie, un’altra. Semplice e drammatica: con il passare del tempo, e soprattutto dopo la nascita dello Stato d’Israele, nel mondo occidentale in generale, e quindi anche in Italia, le tesi sioniste sulla “terra senza popolo” erano già divenute dominanti. È nota la dichiarazione resa nell’agosto 1973 da Golda Meir, allora primo ministro del governo israeliano, durante un’intervista radiofonica: “I fatti non si sono svolti come se ci fosse in Palestina un popolo palestinese che si considerava tale e che noi avremmo cacciato per prendere il suo posto. Quel popolo non esisteva!”.

Ora poi, questo popolo martoriato, in condizioni disperate per un’occupazione militare che si protrae dal 1967, vicino alla pura sopravvivenza, è caratterizzato in prevalenza come un popolo di terroristi! L’esigenza dunque per una ricerca di “prospettiva”, si è fatta strada prepotentemente. Era assai importante poter fissare la Palestina “pochi attimi prima” che il nazionalismo arabo e il nazionalismo ebraico, il sionismo, la trasformassero in un aspro terreno di scontro, all’interno del processo di dissoluzione dell’Impero ottomano e del complementare processo di accaparramento delle sue spoglie da parte della Francia e della Gran Bretagna, processo quest’ultimo culminato con la fine della Prima guerra mondiale e con la politica dei Mandati da parte della Società delle Nazioni.

È stato così possibile datare seriamente l’avvio di quel doppio processo, di espulsione dei palestinesi e di insediamento degli ebrei, che ha costretto un’intera comunità, che traeva le specifiche condizioni e le particolari forme della propria esistenza sociale da un radicamento, antico quanto duraturo e radicato nel tempo, sul suolo e nello spazio palestinese, ad assumere l’eredità negativa di una Storia (alla quale era rimasta sostanzialmente estranea), la Storia dell’antisemitismo europeo, dalle persecuzioni medievali ai pogrom zaristi e al genocidio nazista, passando per l’affaire Dreyfus.

Con le parole di Ilan Halevy in Question Juive:

 

L’immigrazione di diverse centinaia di migliaia di ebrei europei in Palestina, a partire dalla fine del secolo scorso [il XIX], la creazione dello Stato d’Israele, realizzata con l’espulsione di diverse centinaia di migliaia di palestinesi e l’immigrazione di diverse centinaia di migliaia di ebrei dell’Africa e dell’Asia, [oltre ad un milione di russi emigrati in Israele, emigrati dopo la data di stampa del libro di Halevy NdA] ha portato la questione ebraica, sostanzialmente europea, al centro della tragedia del popolo arabo di Palestina spossessato del suo spazio. Da questa irruzione è nata la questione palestinese”.

 

Il libro avrebbe dovuto articolarsi in due parti. La prima, dedicata alla Palestina e all’Impero ottomano, il malato d’Europa, alle prese con le Grandi potenze, con la colonizzazione sionista e con la resistenza dei contadini e degli intellettuali palestinesi a questa colonizzazione. La seconda, dedicata, con una breve introduzione “polemica” in relazione allo scarso interesse dimostrato dai mezzi di comunicazione di massa italiani per i nuovi storici, ai testi veri e propri.

Ma la “scoperta” di Francis Jennings, uno storico americano, purtroppo scomparso nel 2000, subito dopo la pubblicazione del suo libro “La creazione dell’America”, oltre che la sconvolgente situazione determinatasi con la politica statunitense in tutto il mondo, mi hanno spinto a ristrutturare notevolmente il testo. Soltanto la prima parte non ha subito modifiche. La seconda, divisa in due parti, (terza e quarta) ha fatto spazio ad una nuova seconda parte che mi ha permesso di inserire correttamente il concetto del “mito della conquista” elaborato da Jennings fin dal lontano 1975 ne L’invasione dell’America, tradotto in italiano nel 1991 dalla benemerita casa editrice Einaudi, che, con l’aiuto dell’altrettanto benemerito Punto Einaudi di via Giulia a Roma, sono riuscito a rintracciare.

Infine ho aggiunto una Appendice storico-documentaria atta a fornire elementi per completare il quadro della questione palestinese, in relazione al periodo (1915-1922) estremamente significativo per comprendere l’epoca del Mandato. Per questa appendice ho fatto ricorso in particolare ad Henry Laurens, e alla sua monumentale “La question de Palestine” della quale sono già usciti il primo tomo (L’invention de la Terre sainte, 1799-1922) e il secondo (Une mission sacrée de civilisation, 1922-1947). In questo modo, sia pure con un percorso zigzagante ho cercato di completare il quadro che avevo cominciato a delineare con “Quale processo di pace?” del 1998 e con “La nuova Intifada” della fine del 2001.

Dal momento che la documentazione riguardava in primo luogo iniziative della Gran Bretagna e della Francia, relative ad un periodo che non è stato affrontato nel libro da un punto di vista storico, ma che risulterà decisivo per le sorti della Palestina, ho ritenuto opportuno integrarla con un “riassunto”, una specie di Bignami della politica estera delle Grandi Potenze durante e dopo la Prima guerra mondiale, in Medio Oriente. Il testo ha finito con l’assumere una sua autonomia evidenziata anche da un titolo, da una struttura propria ed da un indice separato da quello generale.

Dico subito che avrei preferito “raccontare” anche questo periodo ma, volendo chiudere il libro con un capitolo a sé stante, anche se estremamente organico al titolo, Il pianto dietro al Muro, ho dovuto rimandare la stesura di questa narrazione. E ricondurre la documentazione al periodo compreso tra il 1917 e il 1922, limitandola perciò alla nascita dei Mandati.

A conclusione di questa introduzione, voglio ribadire quella che, sia pure intrecciata con problemi di ordine ideologico e politico, ritengo essere stata (ed essere ancora) la ragione essenziale di questo scontro secolare, fra palestinesi ed ebrei prima e fra israeliani e palestinesi poi, e cioè la terra. Rivendicata dagli ebrei come Terra promessa, considerata naturalmente come propria dai palestinesi che da moltissime generazioni la abitavano, sarà proprio la terra a dividere radicalmente i due popoli. Ma con una specificità sconvolgente per gli “autoctoni”.

Il sionismo infatti rivendicherà sempre tutto per sé il diritto alla terra palestinese, con lo slogan tragicamente famoso, “Una terra senza popolo, per un popolo senza terra”. Di fatto, per il sionismo, quello politico, quello pratico e vincente, i palestinesi non esistevano.

Poiché però puntavano alla legittimazione della loro colonizzazione sul piano internazionale, i sionisti hanno dovuto far ricorso a tattiche diverse in funzione sia dell’interlocutore sia del contesto storico in cui si trovavano ad agire. Hanno cercato accordi con tutte le grandi potenze europee, senza escludere la possibilità di “convincere” il Sultano di Costantinopoli, fino ad approdare alla Dichiarazione Balfour. Fatta eccezione per le iniziative diplomatiche di Theodor Herzl, svoltesi a cavallo fra i due secoli, il gruppo dirigente di questa impresa va individuato negli immigrati della seconda aliyah, che fuggivano i tragici pogrom dell’inizio del novecento, in Russia. Questo gruppo dirigerà l’impresa sionista fino al 1977, quando Begin, l’erede diretto di Jabotinsky, (leader indiscusso dell’estremismo sionistico degli anni ’30), e il suo partito, il Likud, andranno al governo. Leader indiscusso del gruppo dirigente “laburista” della seconda aliyah, Ben Gurion.

Successivamente, le colonie furono poste, per quanto possibile, in periferia, per rafforzare così le rivendicazioni territoriali: invece di garantirsi il massimo di sicurezza con insediamenti concentrati, i kibbutz si ponevano come frontiera vivente, relativamente isolati gli uni dagli altri, ma in modo da “circondare” città e villaggi arabi. Strategia che ritroveremo “pari pari” nei territori occupati nel 1967. La presenza ebraica nelle regioni più fuori mano della Palestina ebbe un’influenza notevole nel 1947, nel determinare il tracciato della frontiera dello Stato ebraico riconosciuto dalle Nazioni unite. All’inizio delle ostilità del 1947, la dispersione della popolazione ebraica poteva comportare gravi rischi militari.

Ma, alla resa dei conti, gli ebrei non solo avevano conservato quasi tutte le loro posizioni ma anche conquistato diverso terreno. Non è affatto esagerato dire che gli insediamenti sionisti, benché sempre abitati da una modesta minoranza degli ebrei che vivevano in Palestina, si sono rivelati come la culla dello Stato d’Israele.

E l’ideologia del pioniere ebreo, capace di combinare il duro lavoro agricolo con l’audacia militare resterà uno dei pilastri della “costruzione nazionale”.

Ma, per la maggior parte dei responsabili israeliani, il problema non è mai stato se colonizzare o no. Si è trattato, sempre e soltanto, di decidere dove e come colonizzare, tenendo conto dei fattori di produzione presenti (terre arabili, acqua, comunicazioni, attrattive per il turismo, ecc.), di considerazioni strategiche e altro ancora. Del resto, la colonizzazione era sicuramente un prolungamento della pratica sionista in Israele, antecedente al 1967.

La creazione, nel 1901 del Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemeth Le Israel, in seguito KKL), con l’esplicito obiettivo di acquistare terre in Palestina e in Siria, testimonia esplicitamente l’approccio sionista alla conquista della terra (Kibbuch Ha Karka). Le informazioni che, sull’insediamento sionista in Palestina, ci hanno lasciato sia Arthur Ruppin, responsabile in capo del lavoro “pratico” in Palestina per più di trent’anni, sia Abraham Granott, uno dei responsabili del KKL per 40 anni, ci forniscono un quadro dettagliato della evoluzione del controllo delle terre da parte degli immigranti ebrei. Fu questa strategia a suscitare subito l’ostilità di una parte della popolazione araba, riprova evidente del ruolo centrale della terra nel conflitto fra ebrei e arabi. Si pensi che il congresso sionista, tenutosi a Londra nel 1920, adottò una risoluzione secondo la quale tutte le terre colonizzate in Palestina dovevano essere considerate “proprietà inalienabile del popolo ebraico” e, di conseguenza qualsiasi appezzamento di terreno, acquisito a qualsiasi titolo dal KKL, sarebbe stato sottratto per sempre a qualsiasi altra sovranità. Propose poi che si adottasse una clausola tassativa, per gli acquisti, secondo la quale il terreno acquistato fosse “vuotato dei suoi abitanti” e di non fare uso di manovalanza araba, anche se molto meno costosa. Bisogna aggiungere che spesso gli acquisti di terre del KKL venivano fatti per costituire riserve per futuri immigrati. Secondo Granott, nel 1936, il 20% delle terre del Fondo non erano utilizzate. Nel 1941, la percentuale salirà al 29. La sola vendita alla Palestine Land Development Company nel 1920 di 240.000 dunum (24.000 ettari), da parte della famiglia Sursuck, emigrata in Libano, comportò l’evacuazione di una ventina di villaggi, che raggruppavano più di 1.700 famiglie.

La mappa degli insediamenti in Eretz Israel (Terra d’Israele, in ebraico la Palestina non esiste!), pubblicata nel luglio del 1982 dal dipartimento per gli insediamenti dell’Agenzia ebraica, riporta un totale di 997 insediamenti dal 1870 al 1982. Di questi 29 sono precedenti la Prima guerra mondiale, 124 sono relativi al periodo 1913-1936, 125 al periodo 1937-1947, 383 al periodo 1948-1955, 63 al periodo 1956-66, 65 al periodo 1967-1976 e i restanti 205 sono relativi al periodo 1977-82, e di questi ben 131 riguardano i territori occupati. Come si vede la “pratica israeliana” nei territori occupati e la “teoria del diritto internazionale” sono agli antipodi.

Insieme con gli insediamenti è cresciuto il numero dei coloni. Questi passano da 1182 nel 1972 a 27.500 nel 1983. Se si confrontano i dati del periodo 1967-77 con quelli relativi al periodo successivo, (1977-1983) quando il Likud è al governo appare evidente una rapida crescita del numero dei coloni che passano dai 5.024 del 1977 ai 27.500 di cui si parlava prima. Il partito del “Grande Israele”, che punta ad una Palestina tutta ebraica si fa più forte e prepotente. La tesi che punta ad utilizzare i territori come “materiale” di scambio, per la pace, si fa sempre più tenue, anche se sarà alla base degli accordi di Oslo. L’altra, decisamente oltranzista, che si basa sulla potenza militare d’Israele e dell’incondizionato appoggio degli Stati Uniti (anche nel Medio Oriente la “guerra fredda” ha funzionato), intende appropriarsi di tutta la Palestina del Mandato e oltre. Esponente supremo di questa linea è l’attuale Primo ministro Sharon, responsabile del massacro di Sabra e Chatila nel settembre del 1982 in Libano.

Nel 1991, circa 200.000 coloni vivevano in circa 200 colonie rappresentando il 12% della popolazione dei Territori occupati. Tra il 1993 e il 2000, i coloni sono praticamente raddoppiati costituendo così il 15% della popolazione e sono nate altre 72 colonie oltre all’ampliamento sfrenato di quelle già esistenti.

Concludo definitivamente l’introduzione, citando come nell’introduzione a “La nuova Intifada”, Danièle Sallenave:

 

Ogni giorno alla televisione, nei giornali, questa parola: “coloni”. Parola in fondo del tutto inoffensiva, che evoca il coraggio dei pionieri, le loro difficili condizioni di vita e di lavoro, il loro senso del sacrificio. […].

Ma è adatta veramente per individuare questi uomini aggressivi, che circolano in bande armate, occupando colline che non dissodano e che non coltivano? […]

“Colonizzazione, questo è il senso primario, rigoroso, antico dell’insediamento sulla terra di Palestina dei primi coloni venuti dall’Europa. Popolano delle terre, le coltivano e le valorizzano. Così l’America fu colonizzata dai Bianchi, la Spagna dai Romani, l’Africa dagli Europei. Avendo questi ultimi conservato, al di fuori delle colonie, i loro Stati detti “metropolitani”, è perciò piuttosto all’America dei pionieri che il primo Israele avanti lettera, quello delle prime aliyah, che rassomiglia di più, anche nell’atteggiamento verso gli autoctoni. Per i coloni americani venuti dall’Est, gli Indiani non sono radicati, essi “si accampano” tutt’al più, o vagano in una immensa estensione di terreno che non hanno saputo valorizzare. […]

“Ma – e Zeev Sternhell, nella sua opera più volte citata, [Si tratta del libro dal titolo: Aux origines de Israël, pubblicato in Italia da Baldini & Castoldi con il titolo: Nascita d’Israele di cui riportiamo più avanti l’introduzione all’edizione francese NdA] lo ha mostrato bene –, lo spirito pionieristico e socialisteggiante degli inizi del sionismo è presto servito di copertura ad ambizioni nazionalistiche infinitamente più aggressive. Con la spartizione, la colonizzazione assume un aspetto di conquista, le popolazioni sopravvissute alla dispersione ricevono lo statuto dei “nativi” di tutte le colonie conosciute: impero delle Indie, Africa occidentale o orientale francese…Dalla colonizzazione si è passati al colonialismo.

Una stadio superato con la guerra dei Sei Giorni. Sulla parte della Palestina dove si trovano “colonie” preesistenti alla spartizione del 1947 (occorre ricordare che Ben Gurion, all’atto della spartizione, si era impegnato a non abbandonarle), viene ormai esercitata brutalmente una “occupazione” militare. Situazione ben nota e definita storicamente: stato d’emergenza, coprifuoco, violenze contro gli arabi, distruzione di villaggi e di piantagioni… In compenso, l’insediamento di “coloni” nelle zone occupate, è una novità storica di cui esistono pochi esempi: i Tedeschi non hanno impiantato colonie né in Francia né nella Boemia occupata. Questo ritorno alla colonizzazione delle origini colpisce; si costruiscono villaggi o fattorie su di una terra dove il vostro esercito staziona per motivi di sicurezza? Si è detto: la parola “territori occupati” è impropria; occupazione è un eufemismo (se così si può dire!) per annessione. La colonizzazione dei territori svela l’ultima verità sui motivi dell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Colonizzando queste terre, all’indomani della guerra dei Sei Giorni, e continuando in questa colonizzazione ancora oggi, dopo Oslo, gli Israeliani non riconoscono forse chiaramente che questa guerra è stata un’occasione per potersi insediare in quella parte della Palestina che non era stata concessa loro nel 1947, ma che essi non avevano smesso di considerare come propria? E che non avevano alcuna intenzione di lasciarla più? L’atteggiamento dell’attuale governo israeliano e il suo disprezzo per gli accordi di Oslo lo provano senza ambiguità.

“E tutta la risoluzione dell’opposizione israeliana, così all’attacco sul piano giornalistico, non può praticamente nulla. La Cisgiordania, Gaza e le rive del Giordano sono un nuovo “fronte pionieristico” dal quale gli indigeni saranno poco a poco allontanati.

Questa neo-colonizzazione è del resto contrassegnata da tratti, ancora una volta, particolarissimi: essa non si nasconde mai dietro il pretesto – o le necessità dello sviluppo. La presenza israeliana in Cisgiordania e a Gaza non contribuisce in alcun modo allo sviluppo della terra conquistata. Per trent’anni, Israele non ha costruito strade e infrastrutture che per i coloni; Invece di costruire scuole ha chiuso università, e non ha aperto ospedali per gli “indigeni”. La colonizzazione si contenta di confiscare a suo vantaggio le risorse locali, soprattutto d’acqua, e di sfruttare la popolazione. […]

I coloni abitano in Cisgiordania e lavorano in Israele, gli operai e lavoratori palestinesi nel loro complesso servono come mano d’opera a basso costo per gli Israeliani in Israele e nei Territori. Israele, paese moderno, ha sviluppato anch’esso questa terza forma di “rapporto coloniale” che l’Europa ha messo in piedi dopo la decolonizzazione: lo sfruttamento dei lavoratori immigrati, arabi, curdi o turchi.

Ma qui, e paradossalmente proprio sulla loro terra, gli Arabi residenti in Israele costituiscono una categoria di immigrati, destinata a subire tutti i soprusi. Quando lavorano in Israele, gli abitanti dei Territori e di Gaza costituiscono un’ulteriore categoria, poiché emigrano ogni giorno e rientrano a casa loro ogni sera. […]

Il regime al quale Israele è politicamente e ideologicamente più vicino, è il Sudafrica prima del 1992. Ancora di più ora, dal momento che le “zone liberate” costituiscono, in Cisgiordania, altrettanti bantustan. Io non sono la sola a far uso di questo termine: è comparso a chiare lettere in una petizione, firmata (primi di febbraio 1998) da grandi figure della comunità ebraica francese”.

 

E dopo più di tre anni di intifada, non ci sono più nemmeno le “zone liberate”, avanza l’incubo del Muro e l’assassinio dello sceicco Yassin è il segno inequivocabile della barbarie in cui è precipitato lo Stato d’Israele!

 

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