Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 042

Amnon Kapeliouk

Sabra e Chatila. Inchiesta su un massacro. Presentazione di Helarion Capuci. Introduzione di Stefano Chiarini.

ISBN 88-87296-44-8, 2002, pp. 128, formato 140x210 mm., Euro 10,00.

In copertina: Pittogramma arabo del poeta Mouhamad Hamza Ganayem che significa «... verso il cielo che piange/una pioggia leggera e tranquillizzante/su un mare di rifugiati...».

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

 

Premessa

 

Quando, nel 1983, decidemmo di pubblicare questo libro motivammo così la nostra scelta:

«Il testo che pubblichiamo si inserisce nel quadro di una pubblicistica sempre più rara, una pubblicistica che fa della verità e dell’indipendenza di giudizio la base irrinunciabile di ogni attività di documentazione e di analisi della realtà. Pensiamo a chi, sia pure da un ben preciso punto di vista, sappia e voglia attenersi ai fatti, ignorando le interpretazioni di comodo della realtà».

E Amnon Kapeliouk, che aveva scritto in meno di due mesi l’inchiesta su quell’orribile carneficina che si svolse nei campi profughi di Sabra e Chatila, a Beirut, apparteneva di diritto a simile pubblicistica, con il suo esempio di impegno e di dignità intellettuale innanzitutto nei confronti del popolo palestinese martoriato e misconosciuto.

 

Oggi, dopo più di vent’anni, questo popolo subisce, sulla sua terra, ancora violenze e distruzioni. E oggi, come più di vent’anni fa, Amnon Kapeliouk è lì, ancora una volta con il suo coraggio e la sua dignità di uomo. Questa volta non gli si potrà imputare (anche se a torto, allora) nessuna incertezza sulle responsabilità di Sharon. A pochi giorni dall’incubo vissuto nei campi profughi di Jenin da più di quattordicimila palestinesi asserragliati in un chilometro quadrato e bombardati da carri armati a da elicotteri da combattimento Cobra, è andato di persona a Jenin, per un’altra inchiesta. E, su Le Monde Diplomatique di maggio 2002, in un articolo dal titolo Jénine, enquete sur un crime de guerre, comincia così:

«Il paesaggio sfida qualsiasi descrizione. Un’incarnazione dell’orrore, una visione dopo un uragano. Case distrutte, un tutto o in parte, rottami di cemento e di ferro, grovigli di fili elettrici. Auto polverizzate dai carri armati o dai missili aggiungono una dimensione di barbarie a questo spettacolo spaventoso. Un puzzo acre di cadaveri aleggia sulle macerie. Non resta nulla delle infrastrutture».

Non è nostra intenzione riassumere l’inchiesta di Kapeliouk. Vogliamo però sottolinearne due aspetti. Il primo è relativo alla sua capacità di andare a fondo, di cogliere l’essenziale, in questo caso, della mostruosità. Riesce a farsi raccontare come tutto il campo profughi fosse diventato un bersaglio estremamente differenziato. Con il satellite, sono state rilevate le posizioni delle 1100 case e a ciascuna di esse è stato assegnato un numero, di quattro cifre precisa l’interlocutore. Sopra Jenin volavano sempre due Cobra, e i piloti di turno ricevevano un numero, più semplice di così! Il secondo aspetto riguarda la qualifica di questi attacchi, che nonostante tutto hanno richiesto otto giorni per vincere la resistenza del popolo palestinese di Jenin. Kapeliouk non ha dubbi, si tratta di un crimine di guerra dello Stato d’Israele. Un terrorismo di stato in piena azione, ci viene di concludere.

 

L’attuale edizione è in tutto identica alla precedente, fatte salve evidentemente la presentazione di monsignor Helarion Capucci e l’introduzione di Stefano Chiarini. Anche l’appendice, nella quale l’autore esprime le sue critiche e le sue riserve al documento conclusivo della commissione d’inchiesta israeliana sui massacri di Sabra e Chatila, il famoso rapporto Kahane, è di Amnon Kapeliouk, ed era presente nella prima edizione.

 

Giancarlo Paciello

Carmine Fiorillo

 

 

La prima edizione italiana del testo di Kapeliouk, nella traduzione di Giancarlo Paciello, compare nel giugno 1983 come supplemento al nn. 20/22 di Corrispondenza Internazionale, periodico di documentazione culturale e politica, Anno VII. Nella redazione: Carmine Fiorillo e Giancarlo Paciello.

 

 

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Vent’anni dopo

 

di

 

Helarion Capucci

 

Sono trascorsi vent’anni, ma alla luce di quanto sta succedendo in Palestina, si direbbe che sono passati per niente. La barbarie e l’arroganza continuano ad imperversare. Le vittime si contano a migliaia, esattamente come in quei giorni di settembre, a Beirut, tra le povere case e il dedalo di viuzze di Sabra e Chatila.

 

Anche il macellaio è lo stesso. Oggi, come allora, spiega di voler distruggere le infrastrutture del terrorismo, bonificare i campi profughi palestinesi, perché i cosiddetti terroristi sappiano che non hanno scampo da nessuna parte, che non esiste rifugio dove possano dormire sonni tranquilli, che non esiste nascondiglio, per profondo che sia, che non venga trasformato nella loro tomba.

 

Sabra e Chatila allora, Balata, Nur El-Shams, Khan Younis, in Cisgiordania e Gaza, e soprattutto Jenin, la riedizione di Sabra e Chatila, ora. Allora, le donne e i bambini palestinesi venivano sgozzati. Oggi, le donne e i bambini dello stesso popolo assistono al massacro dei padri, dei fratelli, dei nonni, muoiono nelle loro case demolite dai bulldozer, saltano in aria sui campi minati a tradimento, vengono inceneriti dai missili mentre transitano per strada o sono alla finestra delle loro case oppure trovano la morte mentre attendono ai posti di blocco per poter raggiungere un ospedale.

 

Migliaia di innocenti vennero massacrati allora. Migliaia sono stati sterminati adesso. Palestinesi cacciati dalla loro terra, senza una patria, senza una speranza, erano le vittime ieri. Palestinesi esasperati dall’occupazione, dalle umiliazioni, senza un futuro, sono le vittime oggi.

Allora, come adesso, il grande regista del sangue che scorre a fiumi è un generale di dubbia fama, chiamato Ariel Sharon.

 

Criminale è colui che non ha rispetto per i deboli e non esita ad infierire sulle vittime per umiliarle, per sventolarne l’esempio come trofeo davanti ai sopravvissuti e piegarli così alla propria volontà. Ma criminali sono anche coloro che, invece di fermare le mani assassine, assistono silenziosi o incitano a colpire ancora per partecipare al banchetto di sangue.

 

Se non sarà un tribunale, sarà la storia a giudicare le nefandezze commesse ai danni dei palestinesi. E non sarà facile per i padri di Israele spiegare ai figli e ai nipoti come hanno potuto, dopo aver sofferto l’Olocausto, portare tanto discredito e tanta vergogna all’ebraismo, invece di sforzarsi di trovare la strada per porre fine a uno spargimento di sangue, tra due figli di Abramo, che dura da oltre cinque decenni, realizzando finalmente il sogno di due Stati per due popoli nella terra santa di Palestina.

 

Imploro da Dio, Carità, Giustizia e Pace, e ad aiutarci, cristiani, ebrei e musulmani a vivere insieme pacificamente. Dio non ci ha creati per odiarci ed ucciderci, ma per amarci.

 

† Monsignor Helarion Capucci

   Arcivescovo emerito – Gerusalemme

 

 

 

 

 

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Introduzione

di

Stefano Chiarini

 

Il massacro del settembre 1982 nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila è riemerso dalle nebbie del tempo come una fitta lancinante che è sempre lì a ricordarci quelle 2000, e forse ancor di più, vittime dimenticate e senza giustizia rimaste laggiù nelle fosse senza nome alla periferia meridionale di Beirut, non lontane dall’aeroporto.

Sabra e Chatila è sempre lì per i profughi dei campi in Libano sempre lontani dalla loro patria, costretti a vivere in condizioni disumane in un paese dove non possono neppure lavorare o possedere alcuna proprietà, sempre più dimenticati da tutti, quasi fosse possibile raggiungere una vera pace senza il riconoscimento dei diritti di 4,5 milioni di persone, la maggioranza del popolo palestinese, esuli dalla propria terra.

È sempre lì per i mandanti del massacro, il premier israeliano Ariel Sharon e i suoi generali considerati ormai da milioni di persone in tutto il mondo, anche se non ancora dai tribunali internazionali, dei criminali di guerra, per di più recidivi come sembrerebbe dimostrare il massacro di Jenin.

È sempre lì anche per la manovalanza locale libanese della macelleria nei campi, dirigenti e gregari delle Forze libanesi (le milizie della destra falangista cristiano-maronita) che eseguirono gli ordini di Sharon insieme alle Forze del Libano meridionale (le milizie guidate dal maggiore Haddad costruite dagli israeliani per controllare il Libano meridionale che avevano generalmente ufficiali delle destre cristiane ma anche soldati semplici di religione musulmana sunnita ma soprattutto sciita) spazzate via dalla resistenza libanese nel maggio del 2000, al momento del ritiro delle forze israeliane dopo 22 anni di occupazione e oltre 1000 morti tra le file dei soldati dello stato ebraico.

È sempre lì per la coscienza democratica di tanti in Occidente, intellettuali, giuristi, avvocati, ricercatori, che non hanno mai smesso di lottare perché venga fatta giustizia nella certezza, purtroppo confermata dai fatti, che l’incriminazione e il processo a Sharon e ai suoi complici se fosse stato seguito dai media e preso in considerazione dai governi avrebbe potuto limitare, se non impedire, il massacro in corso in questi mesi nei territori occupati.

È sempre lì anche per noi del “Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila” che da tre anni, nell’anniversario del massacro, andiamo a Beirut a portare un fiore su quelle tombe senza nome, a chiedere che venga data una degna sepoltura alle vittime dell’eccidio nella fossa comune all’entrata di Chatila, tanto dimenticata da essere stata ridotta fino a tre anni fa a mondezzaio di un vicino mercato, a chiedere che vengano rivelate e scoperte le altre fosse comuni dove sono stati portati molti corpi delle vittime della strage, che sia fatta giustizia davanti ad un tribunale internazionale, che si onorino i morti e si rispettino i vivi dando ai profughi palestinesi una vita degna di essere vissuta.

Sabra e Chatila è sempre lì per molti di quei medici e infermieri stranieri volontari che furono testimoni dell’inferno, come la paramedica ebrea americana Elen Siegel, autrice di una commovente lettera, nel marzo scorso, di fraternità e di incoraggiamento ai sopravvissuti di Sabra e Chatila, che già nel 1983 andò coraggiosamente a testimoniare alla commissione di inchiesta israeliana su Sabra e Chatila. Commissione che, pur avendo cercato di “limitare i danni” non poté non riconoscere Ariel Sharon “personalmente responsabile” anche se “indirettamente” (nel senso che non premette il grilletto ma ordinò ad altri di farlo commettendo un crimine di guerra ancor più grave di quello di cui si sono macchiati gli stessi esecutori materiali), raccomandandone le dimissioni volontarie o forzate.

È sempre lì per alcuni coraggiosi registi palestinesi e libanesi come Mai Masri e Jean Chamoun che hanno portato i ragazzi di Chatila, i figli e i nipoti delle vittime e dei sopravvissuti, sugli schermi di tutto il mondo con i loro due film Children of Chatila e Frontiers of Dreams and Fears il cui ricavato va ad un fondo destinato a finanziare gli studi di quegli sfortunati ragazzi.

È sempre lì per alcuni coraggiosi storici e sociologhi come Bayan el Hout che da allora non ha mai smesso di cercare fatti, nomi, testimonianze che permettessero di stabilire almeno l’esatto numero delle vittime e come sono andati realmente quei tragici fatti, o come Rosemary Sayegh che ha tenuto in vita il ricordo di quella tragedia e della realtà di quei campi fino al 1982 cuore della resistenza palestinese.

È sempre lì per alcuni giornalisti entrati quella mattina del 18 settembre nell’orrore del campo dove i bulldozer avevano appena finito di distruggere le case per nascondervi sotto le macerie i cadaveri delle vittime o di scavare improvvisate fosse comuni – che il governo libanese del tempo, alleato di Israele, si rifiutò di individuare e scavare – come Robert Fisk, del giornale britannico The Indipendent che non ha mai smesso di cercare sempre ulteriori barlumi di verità, o come quei tanti giornalisti o reporter che, ignari di quanto stava avvenendo, filmarono in quei giorni i soldati israeliani circondare i campi, i falangisti andare e venire da Chatila, o alcuni gruppi di palestinesi che erano riusciti a fuggire ma che invece vennero rimandati indietro dai soldati israeliani che circondavano i campi verso morte sicura, rendendosi conto solo dopo, una volta saputo del massacro, dell’importanza di quelle pellicole, spezzoni, prove storiche inconfutabili.

Sabra e Chatila sono sempre lì, come una macchia indelebile, sulla moralità della comunità internazionale. Furono infatti gli Stati uniti, e in via subordinata Francia e Italia, a convincere Arafat e la leadership dell’Olp a far partire i combattenti palestinesi che si trovavano a Beirut Ovest assicurando loro che i campi profughi, rimasti senza difesa, sarebbero stati protetti da una forza multinazionale composta dai tre paesi. Il tutto sulla base di un impegno preso da Ariel Sharon e dal governo israeliano con l’inviato del presidente Reagan, Philip Habib, sulla base del quale Tel Aviv si era impegnata a non entrare a Beirut ovest. Invece il dodici settembre, con quindici giorni di anticipo, l’ultimo soldato delle forze multinazionali partì da Beirut lasciando campo libero a Sharon e ai carri armati israeliani. Gli Usa avevano fretta perché sapevano bene che Sharon non avrebbe mantenuto la sua promessa e che insieme alle milizie falangiste di Bechir Gemayel (capo delle Forze libanesi e neoeletto presidente all’ombra delle baionette israeliane, colui che poche settimane prima aveva sostenuto di voler trasformare Sabra in un parcheggio e chatila in uno zoo) avrebbero “ripulito” i campi profughi dai “terroristi” che secondo lui si sarebbero annidati nella baraccopoli alla periferia sud di Beirut e non avevano alcuna intenzione di fermarlo, salvo poi condannare la strage una volta avvenuta. Del resto colpire l’Olp, distruggere i campi profughi, testimonianza vivente dell’ingiustizia storica fatta al popolo palestinese e cuore della resistenza all’occupazione israeliana, colpire la Siria alleata dell’«impero del male» sovietico per instaurare un Libano falangista cristiano alleato di Israele erano tutti obiettivi comuni tra Washington e Tel Aviv.

L’operazione di pulizia etnica contro i campi palestinesi allo scopo di provocare un nuovo esodo dei profughi verso la Giordania e la Siria sarebbe stata concordata tra lo stesso Bechir Gemayel e Ariel Sharon (che aveva annunciato un piano in questo senso il precedente 9 luglio) in un incontro avvenuto proprio il 12 settembre a Bikfaya, roccaforte della famiglia Gemayel. Poche ore dopo Bechir Gemayel veniva ucciso, era il 14 settembre, in un attentato, e Sharon, cogliendo l’occasione, mandava i suoi carri armati a Beirut ovest e circondava di campi dando poi via libera, aiuti e sostegno logistico all’incursione e al macello nei campi profughi di Sabra e Chatila ad opera delle milizie falangiste coordinate dai “consiglieri” israeliani e guidate da Elie Hobeika capo dei servizi della falange. Anzi secondo l’avvocato e storico Karim Pakradouni, esponente del partito falangista, assai vicino allora a Gemayel, Ariel Sharon dopo aver fatto le condoglianze alla famiglia del presidente scomparso alla casa natale di Bikfaya avrebbe visitato il quartiere generale delle Forze libanesi alla Qarantina, esortandole alla vendetta: «Perché piangete come donnicciole – avrebbe detto Sharon – vendicatevi come fanno gli uomini!». Altro che “responsabilità indiretta” nel massacro di cui ha parlato la commissione di inchiesta israeliana presieduta dal giudice della Corte suprema Kahan.

Eppure la realtà di quell’orrore è riuscita a farsi faticosamente largo tra le nebbie seminate da tutti e ovunque sin dalle prime ore successive al massacro, per cancellare il crimine perpetrato da Sharon che si aggiungeva alla sistematica distruzione con bombe di ogni tipo, anche al fosforo, dei campi profughi palestinesi nel sud del Libano attorno a Tiro e Sidone ma anche alla periferia di Beirut come Burj el Barajneh, Sabra, Chatila, ai bombardamenti contro la capitale libanese assediata, senza cibo, senza acqua, per tutta l’estate, alle violenze contro la popolazione civile, alle torture, al fenomeno dei desaparecidos.

Il governo libanese, allora espressione delle milizie falangiste alleate di Israele impedì in quei primi giorni e settimane un’adeguata ricerca delle vittime, l’individuazione delle fosse comuni e dei luoghi di sepoltura, in breve qualsiasi accertamento della verità. Anzi continuò la demolizione del campo, iniziata ad opera dell’esercito israeliano, e che, da allora, è ridotto ad una piccola enclave corrispondente al perimetro originario assegnato alle Nazioni unite, al momento dell’arrivo dei profughi del 1948, sulle sabbie alle porte della capitale lungo la strada che saliva dal sud, dalla Palestina. In tal modo la ricerca della verità si è fatta difficilissima. Incerto persino il numero delle vittime: per le autorità israeliane sarebbero circa 700, per quelle libanesi 328, per la Croce Rossa circa 1000, per la Commissione di inchiesta presieduta da Sean Mc Bride 2750. Per il giornalista Amnon Kapeliouk autore di questa inchiesta circa 3000. Spesso tali stime sono decisamente inferiori alla realtà a causa dell’alto numero di “scomparsi” dei quali non si sa nulla, dei quali non sono stati trovati neppure i corpi.

Eppure, anche se in condizioni difficilissime, alcuni eroici militanti e ricercatori palestinesi hanno tentato per ben tre volte di indagare sul massacro e raccogliere delle testimonianze dirette dei sopravvissuti spinti dal loro desiderio di verità, senza alcun incoraggiamento o finanziamento da parte di nessuno, neppure dell’Olp e contro la volontà dei governi libanesi del tempo. La prima, come ricorda in un suo saggio la scrittrice Rosemary Sayegh, fu portata avanti dalla “General Union of Palestine Women”, ma i volontari che giravano per i campi con dei questionari per i sopravvissuti vennero continuamente fermati e arrestati tra il 1982 e il 1984 dall’esercito libanese e piano piano, costretti ad affrontare le terribili condizioni di vita dei profughi appena usciti da una guerra devastante, furono costretti ad abbandonare la loro ricerca. I materiali raccolti furono poi distrutti nel corso della “battaglia dei campi” (assediati dall’85 all’87 dalle milizie filo-siriane di Amal) e dispersi per le strade nel corso di una perquisizione all’Unione delle donne palestinesi da parte delle forze di sicurezza libanesi. Un altro tentativo venne fatto dal Centro ricerche palestinese, già distrutto dall’esercito israeliano – che aveva sequestrato tutti gli archivi per cancellare anche la memoria storica e culturale di questo popolo – durante la guerra del 1982 ma sopravvissuto e operante anche dopo il ritiro delle forze dell’Olp da Beirut. Il suo direttore Sabri Jiryis, insieme con il capo archivista, Jaber Suleiman, con un gruppo di ricercatori e militanti di Chatila dettero vita ad un nuovo progetto di ricerca nel corso del quale vennero ascoltati oltre 120 testimoni diretti della massacro. Ma il 5 settembre del 1983, Il Centro ricerche palestinese a Beirut venne fatto saltare in aria e gran parte degli impiegati e collaboratori arrestati e deportati dalle autorità libanesi espressione delle destre falangiste-cristiane. Incerta la sorte dei documenti, forse distrutti nell’esplosione, forse confiscati dai servizi libanesi. Prima dell’esplosione però il Palestinian Research Center riuscì comunque a pubblicare sulla sua rivista (Shu’oon Filastiniyyeh) i risultati preliminari della ricerca.

L’aspetto più interessante di questi rapporti sembra essere l’indicazione che tra gli esecutori materiali del massacro vi fossero non solo membri delle Forze libanesi della destra falangista cristiano-maronita ma anche appartenenti alle milizie filo-israeliane del Libano meridionale del maggiore Haddad e, secondo numerose testimonianze (confermate da una intervista ad uno dei killer delle Forze libanesi pubblicata successivamente dal settimanale tedesco Der Spiegel), anche ufficiali dei servizi israeliani. Il terzo tentativo di indagine sulla realtà del massacro è stato quello, che si dovrebbe concludere nei prossimi mesi, della ricercatrice palestinese Bayan el Hout che dal 1982 sta lavorando con un team di intervistatori e collaboratori a raccogliere testimonianze dirette dei sopravvissuti. Bayan el Hout è riuscita a rintracciare e individuare gran parte di coloro di cui è stato trovato il corpo, ma solo una piccola parte degli scomparsi. Questi lavori di indagine storica sono riusciti a riproporre sulla scena locale e internazionale il massacro di Sabra e Chatila e la necessità che venisse resa giustizia alle sue vittime anche e soprattutto perché si sono accompagnati ad una ripresa di militanza e di coraggio nei campi palestinesi verificatasi negli ultimi quattro anni e allo sviluppo di altri cinque nuovi fattori che hanno cambiato completamente il quadro della situazione in Libano e nella regione: la determinazione dei profughi a non essere dimenticati al tavolo delle trattative di Oslo, e soprattutto a Camp David nell’estate del 2000, la scomparsa del presidente siriano Assad, avvenuta poco prima, con il relativo allentamento della pressione siriana sui campi in Libano, la liberazione del Libano meridionale ad opera della resistenza libanese (maggio 2000) grazie alla quale i profughi hanno potuto rivedere, e in alcuni casi toccare con mano, la terra di Palestina per la prima volta da 22 anni, le nuove tecnologie ed in particolare le televisioni via satellite, a cominciare da “al Jazira”, che hanno riportato la tragedia palestinese nelle case di milioni di arabi e lo sviluppo di Internet grazie al quale i campi profughi, al di fuori dell’Olp e dell’Anp, si sono collegati direttamente tra di loro, orizzontalmente, e infine la diffusione delle Ong nella società civile palestinese che hanno dato la possibilità di un impegno concreto a molti ex militanti che non trovavano più alcun interesse ad impegnarsi nelle organizzazioni politiche tradizionali, da una parte appendici dell’Autorità palestinese e dall’altra condannate al minoritarismo.

Questo insieme di elementi, ai quali va aggiunta la sensibilità internazionale verso la necessità di una corte penale che possa giudicare i crimini di guerra, ovunque e da chiunque commessi, affinché non debbano più ripetersi, ha portato alla denuncia dell’allora ministro della difesa Ariel Sharon, del generale Amos Yaron, allora comandante della piazza di Beirut, di altri generali israeliani e degli esecutori materiali libanesi accusati di essere responsabili di: “massacri, uccisioni, stupri e sparizioni ai danni della popolazione civile che ebbero luogo a Beirut tra il giovedì 16 e il sabato 18 settembre del 1982, nell’area dei campi di Sabra e Chatila e nelle zone limitrofe”. Il Belgio infatti, sulla base di una legge del 16/6/1993, modificata il 10/2/1999, non riconosce alcuna immunità, nel caso di “gravi violazioni della legge umanitaria internazionale” come atti di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini contro persone o cose protette dalle Convenzioni di Ginevra (12/8/1949) ai cittadini e alle autorità accusati di tali reati anche se si tratta di stranieri e di crimini commessi in un altro paese. In altri termini una legge molto avanzata che sancisce una “giurisdizione universale” nel caso di questi gravi reati e che lo stesso governo belga, sottoposto a enormi pressioni internazionali, sta ora cercando di rivedere. E a tale proposito la corte d’appello deciderà tra poche settimane, nel luglio del 2002, se il procedimento giudiziario potrà andare avanti o dovrà invece fermarsi in quanto il principale imputato Ariel Sharon è tuttora primo ministro e quindi gode di una speciale immunità. Se la Corte dovesse decidere in questo secondo senso si configurerebbe un’interpretazione assai restrittiva se non uno stravolgimento della legge stessa. Ma anche eventuali battute di arresto in questo senso difficilmente fermeranno la richiesta di giustizia delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti e dell’opinione pubblica internazionale.

L’importanza della denuncia contro Sharon sta innanzitutto nel fatto che 23 parenti delle vittime o sopravvissuti al massacro per la prima volta sono usciti allo scoperto rendendo delle testimonianze giurate (la commissione Kahan israeliana ad esempio non aveva interrogato alcun abitante dei campi) che grazie al lavoro di alcuni volontari sono state poi rese giuridicamente efficaci e presentate alla magistratura belga da due avvocati belgi Luc Walleyn, Ichael Verhaeghe e da un noto giurista libanese, Chibli Mallat. In particolare gli avvocati delle vittime ricordano come il massacro sia stato definito dal consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (risoluzione 521) come un «atto di genocidio», come l’eccidio rientri nella definizione di «crimine contro l’umanità» sulla base dello statuto della Corte penale internazionale approvato a Roma il 25 maggio del 2000, in quanto «attacco generalizzato e sistematico ad una popolazione civile» (interpretazione questa comunque più restrittiva di quella del processo di Norimberga sulla quale si sono basati i procedimenti contro il criminale nazista Adolf Eichman e il generale Pinochet) e costituisca infine un «crimine di guerra» sulla base della convenzione di Ginevra del 1949 sulla protezione delle popolazioni civili in tempo di guerra. Ciò anche considerando che le forze israeliane erano da considerarsi sulla base della IV convenzione di Ginevra «esercito occupante» e quindi responsabile della sorte di quella popolazione civile “protetta” dalle convenzioni internazionali. Del resto il carattere di popolazione civile, sostengono gli avvocati, non sarebbe certo messo in discussione anche se vi fossero stati alcuni atti di resistenza (del tutto legittimi). L’atto di accusa si sofferma poi sul fatto che l’esercito israeliano avesse «sigillato i campi» e controllasse l’intera area diventando così responsabile di quanto vi sarebbe avvenuto e sugli elementi che dimostrano l’esistenza di un preciso e articolato piano, messo poi in atto in poche ore, per la «pulizia» dei campi palestinesi concordato tra le autorità israeliane e le Forze libanesi (da considerarsi forze ausiliarie all’esercito occupante in quanto da questo armate, addestrate e controllate) fatte entrare a Sabra e Chatila e sostenute logisticamente dall’esercito israeliano – che illuminò per loro la zona con i bengala durante le due notti del massacro, che fornì loro almeno un bulldozer per abbattere le case e scavare le fosse comuni, che respinse indietro a morte sicura coloro che volevano fuggire dal campo, che emise alcuni lasciapassare per dei medici fermati in precedenza, che nel comando avanzato davanti al campo, dal quale si aveva una vista generale di Sabra e Chatila, «ospitava» ufficiali falangisti incaricati del coordinamento delle operazioni, che prendeva in consegna i rastrellati dalle mani dei massacratori e li interrogava nel vicino stadio.

Gli avvocati delle vittime, proprio su questo punto decisivo relativo al coordinamento tra esercito israeliano sottoposto ad Ariel Sharon allora ministro della difesa (che ha quindi una responsabilità di comando nel massacro assai più grave per il diritto internazionale di quella degli esecutori materiali), e Forze libanesi, hanno ricevuto alcuni importantissimi documenti, risalenti al periodo giugno-novembre 1982, arrivati loro da una misteriosa fonte, probabilmente israeliana, nel giugno 2001 a dieci giorni dalla presentazione della denuncia in Belgio. I documenti, minute di riunioni degli alti gradi, in realtà proverrebbero in gran parte da quella appendice alla relazione della commissione Kahan che era stata secretata nel 1983. In particolare, tra questi documenti, vi è la minuta di un incontro avvenuto a Beirut est, allora controllata dalle milizie di destra cristiano maronite, tra il capo di stato maggiore generale Rafael Eitan, il comandante del Fronte nord generale Amir Drori e un alto funzionario del Mossad, Menahem Navot, nome in codice Mr. R, per la parte israeliana e per le Forze libanesi il vice capo di stato maggiore Antoine Breidi “Toto” e Joseph Abu Khalil, l’uomo dei primi contatti con gli israeliani nel 1976. L’incontro avvenne il 19 settembre 1982, giorno successivo a quello nel quale le milizie falangiste filo-israeliane avevano lasciato i campi di Sabra e Chatila dopo un’orgia di violenza durata oltre 38 ore e mentre molti degli «scomparsi» stavano ancora avviandosi alla morte, eppure dal resoconto non appare la benché minima condanna dell’eccidio da parte dei comandi israeliani ma solamente la preoccupazione di «uscirne puliti» scaricando ogni colpa sulle Forze Libanesi.

Ma l’attenzione dei media, negli ultimi mesi, in particolare di quelli britannici, a cominciare da Robert Fisk, si è appuntata sulla sorte degli «scomparsi» cioè di tutti coloro che vennero portati via dal falangisti con il consenso dei comandi israeliani (altrimenti non avrebbero potuto superare neppure un posto di blocco) o consegnati direttamente all’esercito di Tel Aviv, dei quali non si è saputo più nulla. Un aspetto importante che configura una responsabilità ancor più diretta nel massacro dal momento che si parla di centinaia e centinaia di vittime i cui corpi non sono stati più trovati. Questo aspetto, lasciato da parte da molte delle inchieste precedenti è riemerso adesso grazie a molte testimonianze di familiari di scomparsi che hanno visto i loro congiunti nelle mani dei soldati israeliani o nei sotterranei dello stadio (confinante con Sabra) dove venivano interrogati dagli israeliani i sospetti fermati dal falangisti.

Altre testimonianze parlano ad esempio di camion con sopravvissuti di Sabra e Chatila diretti verso il sud del paese o verso la zona di Bifkaya, cuore del Libano falangista, o di fosse comuni scavate sotto lo stadio. Stadio dove nessuno ha potuto scavare per volontà del governo libanese e che qualche anno fa è stato completamente ricostruito cancellando ogni traccia di quella tragedia. Anche se le testimonianze di quel che ci potrebbe essere nelle fondamenta continueranno ad inseguire per sempre Ariel Sharon, i suoi generali e gli esecutori materiali del massacro. Per quanto riguarda i capi delle milizie falangiste libanesi che hanno eseguito la bassa macelleria, nessuno di loro ha pagato per i suoi crimini, grazie alle loro coperture politiche e ad una arbitraria amnistia generale nei primi anni novanta. Nessuno di loro ha pagato anche se una strana moria sta colpendo quei leader falangisti che sapendo molto sulla genesi del massacro, avrebbero potuto divenire, in un eventuale processo, dei testi a carico di Ariel Sharon. L’imminenza di un possibile processo a Sharon e le mutate condizioni politiche in Libano e nella regione hanno portato negli ultimi mesi alla scomparsa violenta di tre esponenti delle Forze libanesi.

Primo tra tutti Elie Hobeika, il capo dei servizi falangisti comandante dei miliziani che entrarono nei campi palestinesi in quei tragici giorni di settembre. Una vita passata accanto a Bachir Gemayel che lo fece entrare nella sua unità speciale all’inizio della guerra civile contro la presenza palestinese in Libano a metà degli anni Settanta e che sarebbe presto divenuto capo della Unità operazioni speciali, il “Terzo Dipartimento” al quale spettava, tra l’altro, la supervisione dell’addestramento dei miliziani in Israele. Hobeika, ritiratisi gli israeliani nel sud del Libano nel 1985 si schierò dalla parte della Siria e, scelto il cavallo giusto, dal 1990, dall’accordo di Taif che pose fine ufficialmente alla guerra civile, fu eletto per due volte al parlamento nel 1992 e nel 1996 ed è stato più volte ministro. Poi nelle ultime elezioni libanesi del 2000 Hobeika, primo segno premonitore che la sua stella stava tramontando, non fu più eletto, nonostante il sostegno della Siria e perse la sua immunità.

Nel giugno scorso in una intervista alla Bbc, l’ex capo delle Forze Libanesi negò ogni responsabilità nel massacro e si disse pronto a recarsi in Belgio per testimoniare la sua verità. Impegno che ribadì anche ad alcuni deputati belgi che gli avevano fatto visita il 22 gennaio del 2002, e ai quali avrebbe dichiarato di aver agito per conto del Mossad. Una versione esattamente opposta a quella della Commissione Kahan che assolvendo in gran parte l’esercito israeliano, gettò tutta la responsabilità dell’eccidio sulle forze Libanesi ed in particolare su Elie Hobeika. Quarantott’ore dopo, una potente autobomba collocata nei pressi della sua abitazione a Beirut est, uccideva l’ex leader delle falangi insieme a tre sue guardie del corpo. Certamente Hobeika ha sempre avuto molti nemici ma non c’è dubbio che la sua scomparsa ha eliminato uno dei pochi uomini in grado di confermare il ruolo di Sharon nel massacro di Sabra e Chatila. La sua scomparsa è stata preceduta dalla morte, in uno strano incidente stradale la notte di capodanno, a pochi passi dalla sua abitazione, di Jean Ghanem, ex membro del parlamento e consigliere dello stesso Hobeika. Secondo le autorità l’uomo, colto da infarto, avrebbe sbandato e si sarebbe schiantato contro un albero. Ricoverato in ospedale Ghanem sarebbe morto improvvisamente pochi giorni dopo.

Hobeika aveva chiesto l’apertura di una inchiesta e aveva collegato la scomparsa di Ghanem ad una strana irruzione durante la quale degli sconosciuti avevano messo sottosopra l’ufficio di Ghanem come se stessero cercando dei documenti molto importanti. Forse dei documenti appartenenti a Hobeika relativi a Sabra e Chatila. Il 7 marzo 2002 è stato ucciso un altro esponente falangista che sapeva troppo. Michael Nassar, ex associato di Hobeika, viene ucciso con la moglie a colpi di pistola ad un distributore di benzina in Brasile. Ghanem era fuggito in Brasile con circa 100 milioni di dollari nel 1997 dopo aver venduto nei Balcani l’arsenale delle Forze libanesi al momento del loro scioglimento. Jean Ghanem era anche uno dei nipoti del generale Antoine Lahad comandante delle forze filo-israeliane del Libano meridionale fino al maggio 2000, sino al ritiro cioè delle forze israeliane dal sud del paese dopo 22 anni di occupazione. Ghanem quel 7 marzo aveva paura e per questo avrebbe telefonato ad un amico sostenendo di esser seguito ma poi non vedendo più la macchina inseguitrice si era fermato ad un distributore e lo aveva chiamato di nuovo per tranquillizzarlo. Pochi minuti dopo veniva ucciso con sua moglie. Scompare così un altro testimone chiave a carico di Sharon.

L’attuale premier israeliano sembra aver preso molto sul serio, senz’altro più dei media e dei governi occidentali, l’importanza di una sua incriminazione per crimini di guerra e sta cercando di correre ai ripari. Lavoro faticoso ma anche in parte, inutile dal momento che il suo nome è ormai sinonimo di uno dei più gravi e orrendi eccidi contro una popolazione inerme degli ultimi decenni e che nel mondo cresce la domanda che venga finalmente resa giustizia alle migliaia di vittime di quel tragico e afoso settembre del 1982. Una indelebile fitta nella memoria che sentiamo, e sentiremo ogni anno, all’inizio dell’autunno.

Per non dimenticare Sabra e Chatila.

 

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