Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Alessandro Monchietto – Giacomo Pezzano (a cura di) – Contributi di: Alessandro Monchietto, Giacomo Pezzano, Stefano Sissa, Alessandro Volpe, Piotr Zygulski, Diego Fusaro, Andrea Bulgarelli, Luca Grecchi.

Invito allo straniamento. I. Costanzo Preve filosofo.

ISBN 978-88-7588-111-5, 2014, pp. 176 formato 140x210 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [57]

In copertina: Dziga Vertov in una sovrimpressione sulla sua telecamera. In quarta: Erwin Piscator entra nel Teatro Nollendorf, Berlino, 1929.

indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

Il presente volume è stato inizialmente pensato come celebrazione in occasione del 70° compleanno di Costanzo Preve, come omaggio alla sua vita filosofica. Una serie di slittamenti nella preparazione e soprattutto l’imprevedibile tragicità degli eventi hanno fatto sì che il libro finisse per andare alle stampe pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta sabato 23 novembre, trasformando un omaggio alla vita filosofica in tributo alla vita in quanto tale, senza poter aggiungere altro.

Nato a Valenza il 14 Aprile 1943, Costanzo Preve si imbatte, nei suoi anni di studio ad Atene, Berlino e Parigi, in quella che sarà la «passione durevole» della sua vita, ovvero la filosofia. È in questo stesso periodo che subisce la fascinazione del marxismo, metodo filosofico del quale, seppure in senso critico, diventerà apprezzato interprete italiano, ed è in tale solco che si inserisce la sua militanza politica, prima nel Pci, poi nella vicinanza a Lotta Continua e infine in Democrazia Proletaria, movimento della cui direzione nazionale sarà membro.

In questi primi anni, l’attività filosofica di Preve è incentrata nel non facile tentativo di conciliare il comunismo, il marxismo e la filosofia, non solo in senso teorico ma innanzitutto esistenziale. Attraverso un’analisi rigorosa del marxismo novecentesco egli giunge ad abbandonare la scuola althusseriana e ad abbracciare il lukaccismo, mentre il confronto con pensatori non appartenenti alla tradizione marxista (da Hegel a Nietzsche, da Weber a Heidegger) lo convince della necessità di una riflessione critica che si ponga fuori da ogni tipo di ortodossia.

A partire dai primi anni Novanta Preve opta dunque per l’abbandono di ogni “ismo” di riferimento, uscendo del tutto «dalla cosiddetta Sinistra» e dalle sue procedure di «accoglimento e cooptazione» [EDF, 85]. Sprezzando le scuole e i partiti, da quel momento combatterà sempre come franco-tiratore indipendente, seguendo la propria strada – in solitudine e coerenza – con grande determinazione e coraggio personale.

L’intero, voluminoso e disordinato corpo dei suoi scritti (almeno quaranta libri e innumerevoli articoli usciti in numerose riviste europee) sorprende per la varietà dei soggetti e dei temi trattati; c’è qualcosa di brioso, di impetuoso, di perpetuamente problematico all’opera nella pagina previana, con un pensiero che pare farsi, costruirsi sotto gli occhi del lettore, motivo non ultimo del fascino che lo stile previano esercita sul suo pubblico.

Di Preve sorprendeva e affascinava la capacità di andare dritto al problema con una logica ferrea e inesorabile. Se dovessimo motivare in breve l’entusiasmo o lo scetticismo di chi si è accostato alla sua opera, potremmo dire che hanno contribuito in misura pressoché eguale l’originalità dei punti di vista, scaturente dall’accostamento e dalla comparazione di contesti teorici spesso remotissimi, la calcolata attitudine a sconcertare e a “provocare” l’intelligenza del lettore e infine la forza espressiva caratteristica del suo stile. Preve amava accostare registri alti e bassi, stile formale e informale, espressioni filosofiche rigorose e battute a effetto. I testi di Preve non passano inosservati, anzi impressionano in maniera positiva o negativa a seconda del tipo di lettore e del grado di predisposizione all’apertura che esso assume.

Paradossalmente, proprio l’originalità e la varietà delle riflessioni e degli scritti previani aiutano a comprendere le ragioni di alcune difficoltà nella ricezione della sua opera. La vastissima produzione di Preve si trova in gran parte sparsa tra riviste e giornali francesi, greci e italiani, spesso non di facile reperibilità: chi volesse affrontarne globalmente lo studio si verrebbe a trovare di fronte a diversi ostacoli di ordine non solo linguistico ma anche pratico, non facilmente aggirabili.

Un altro elemento che si riconnette più da presso a quanto sin qui detto è di ordine contenutistico e riguarda il carattere “irrequieto” del pensiero previano: ci riferiamo alla varietà degli argomenti trattati da Preve, che, pur essendo guidato sostanzialmente da un interesse congiuntamente filosofico ed etico-politico, si è spesso occupato di problemi storici, sociologici, letterari, religiosi, economici, persino filologici se pensiamo alle sue interpretazioni dei pensatori antichi guidate da una conoscenza accurata del greco antico e moderno. Simile varietà emerge non solo al livello “macroscopico” della sua opera considerata complessivamente, ma anche a quello “microscopico” di ciascuno dei suoi scritti, che immancabilmente offrono una pluralità di giudizi e punti di vista, talvolta senza che sia possibile rintracciare in maniera immediata il criterio di ricerca che li ha guidati e collegati tra loro.

Tutto questo può essere compreso anche alla luce di quella che potremmo definire la “generosità teoretica” di Preve, che ha voluto prendere posizione su quasi tutto ciò che gli era attuale, sia nel campo della filosofia, sia in quello della politica e delle scienze morali e sociali, spesso abbinando le più profonde e sottili intuizioni a osservazioni e polemiche di valore appena quotidiano, legate situazioni di cui oggi sovente stentiamo a comprendere la portata.

Come sa tuttavia chi ha avuto modo di frequentarlo, la sua opera parlata fu mille volte più vasta della sua, pur considerevole, opera scritta. I lampeggianti occhi castani, il capo canuto, il contrasto tra il suo fisico e la profonda intelligenza contribuivano, insieme con il brio della sua conversazione, a dare di lui un’impressione indelebile.

Alla luce di quanto sinora detto, non ci sembra esagerato asserire che il pensiero di Preve appaia, nelle sue coordinate, assai prossimo alla «parola incredibilmente libera» per come la descrive Claude Lefort, seppur in contesto e con riferimenti di altro tipo:

 

la parola di un individuo che non resta chiuso nel circolo delle proprie tesi, che non teme di rovesciare a volte le proprie affermazioni, e che si incammina volentieri su strade che gli fanno perdere di vista i punti di riferimento che si era fissati. Oserei dire che quest’individuo porta il segno di un temperamento democratico – un temperamento che incita ad una “inquietudine attiva” nei confronti della società che si trova di fronte, che precipita il movimento del pensiero in diverse direzioni e, simultaneamente, tende a ordinare i fatti secondo un ristretto numero di principi.

 

 

Il titolo scelto per il presente volume è probabilmente tale da suscitare qualche perplessità nel lettore, almeno a un primo sguardo; vale dunque la pena precisare che si tratta di un concetto brechtiano – quello di straniamento – che Preve adotta sin dai suoi primi libri come metafora dell’operazione filosofica per eccellenza, quella del «riorientamento gestaltico», intesa dal nostro come vero e proprio “scuotimento” (che richiama lo thauma originario della filosofia, qualcosa di ben più profondo della “meraviglia” innocente e ricreativa a cui spesso lo si sovrappone) associato a un mutamento radicale di prospettiva, alla trasformazione dello sguardo con cui ci si accosta al mondo, da lui inteso innanzitutto come mondo dei rapporti sociali.

Invitare a fare ingresso nel pensiero di Preve significa invitare a familiarizzare con lo straniamento, a prendere confidenza con la problematizzazione del proprio tempo: significa pertanto non solo avvicinare, ma anche – se non soprattutto – straniare, scuotere dall’incantesimo della “normalità” e della “naturalità”, mettendo da parte ogni sicurezza inerziale e ogni consuetudine acquisita, non da ultimo intorno al modo in cui intendere la filosofia e in cui interpretare le diverse categorie che i filosofi hanno lasciato in eredità.

Come indica il sottotitolo, la presente raccolta è pensata come il primo di due volumi che intende innanzitutto presentare Preve come filosofo, come portatore di una filosofia originale ma anche – forse soprattutto – di un vero e proprio atteggiamento filosofico, tanto nei confronti degli altri, quanto rispetto ai fenomeni sociali e al filosofare stesso. Si filosofa insieme e in vista dell’insieme, sia rispetto alla buona qualità dei rapporti sociali sia della totalità messa in questione.

Più che chiedersi cosa sia o cosa faccia la filosofia, o quale sia la sua utilità, in una simile prospettiva occorre chiedersi come essa si collochi socialmente, ossia in rapporto all’insieme della società e ai suoi vari supposti settori. Defatalizzare il mondo oggettivo (cui ogni proposta critica deve mirare) significa mostrarne la genesi soggettiva, umana, sociale e pratica: fare filosofia vuol dire innanzitutto operare concretamente per ricomporre la scissione presente tra il soggetto e la totalità del reale a cui esso appartiene e spezzare il pericoloso binomio onnipotenza astratta-impotenza concreta che lacera l’individuo [cfr. EC, 252].

Bergson prima e Heidegger poi hanno sottolineato che ogni grande filosofo ha una cosa sola da dire, e, più spesso di quanto non si creda, non sembra andar oltre il tentativo di esprimerla; anzi, un filosofo è grande proprio quando non ha che una cosa da dire, e dedica alla sua esposizione l’intera propria esistenza. Nelle pagine che seguono, tenteremo di mostrare come questo valga anche per la riflessione previana, non “nonostante” ma “proprio per” la pluralità dei suoi interessi e delle declinazioni assunte dai suoi scritti.

Il vero trait d’union del suo itinerario intellettuale deve a nostro giudizio essere rintracciato nella nozione di Gattungswesen, che non indica tanto l’essenza di genere quanto l’essenza generica. L’uomo, a differenza degli altri animali, non ha un’essenza specifica che si trasmette per eredità naturale, ma ha un’essenza aperta che gli permette di costituire forme diversissime di socialità. In qualche modo l’essere umano in quanto Gattungswesen è per Preve l’«animale potenziale», poiché – possedendo una «natura generica» ed essendo pertanto privo di istinti guida e di comportamenti rigidamente codificati dal corredo genetico – non conosce una e una soltanto maniera di vivere, ma deve trovare attivamente il modo di sopravvivere e ben-vivere, declinando tale natura storicamente, dunque imprevedibilmente e liberamente.

La natura umana è consegnata a molteplici possibilità realizzative ed espressive, alle più svariate specificazioni e determinazioni, che sono inevitabilmente storiche e sociali ma che non esauriscono la loro validità nella cornice in cui trovano specificazione. Questo lavoro di costante perimetrazione e ricerca non può che avvenire tramite la storia (essa infatti è il risultato di tale lavoro) e non può fare riferimento a un modello ideale da imitare, a una qualche supposta origine da cui ci si è allontanati e che va restaurata o a una qualche unità primigenia perduta da ripristinare: tutto ciò è infatti precluso proprio dal carattere a-specifico e “aperto” che contraddistingue la natura umana6.

Non è certo questa la sede per descrivere in maniera più analitica il concetto di natura generica, che d’altronde ritorna nei saggi che compongono il volume, ma è nondimeno importante tenere presente che un simile concetto si offre come fuoco prospettico per comprendere l’insieme delle tematiche toccate e delle posizioni assunte da Preve, proprio per le caratteristiche appena richiamate7.

Che le questioni sollevate da Preve siano questioni squisitamente filosofiche, ma al contempo declinate in modo “straniante” rispetto al senso comune filosofico, può essere testimoniato da un rapido richiamo al più ampio panorama filosofico, in rapporto a una serie di temi previani qui meramente accennati ma che nei contributi che seguono troveranno più ampio sviluppo. Per esempio, la questione del rapporto tra “genesi” (Genesis) e “validità” (Geltung) attraversa la riflessione filosofica nel passaggio tra Ottocento e Novecento (da Hermann Lotze a Edmund Husserl), secondo un’ottica che mira a spostare l’attenzione dall’esistenza o inesistenza delle cose alla validità o invalidità rispetto al loro movimento genetico, nonché di conseguenza a passare da un atteggiamento descrittivo-catalogativo (oggi noto come “neorealista”)8 a uno critico-essenziale e a porsi non la domanda “esiste o meno?” ma quella “che validità ha?”: non siamo allora di fronte a un tema esclusivamente “marxista” (la genesi materiale che fagocita la validità universale), bensì a una problematizzazione genuinamente filosofica.

Inoltre, se pensiamo ad alcuni tra i nomi che primeggiano nel dibattito nazionale e internazionale attuale, la problematica della natura umana generica in rapporto agli sviluppi del capitalismo post-fordista è al centro della proposta filosofico-politica di Paolo Virno, così come il tentativo di pensare la socialità evitando gli assolutismi dell’individualismo proprietario e dell’organicismo comunitario è al cuore delle ricerche di Jean-Luc Nancy, mentre il recupero della prospettiva idealistica come presupposto filosofico per una rinnovata critica al capitalismo è il nucleo dell’eclettismo di Slavoj Žižek, senza dimenticare il discorso di Roberto Esposito, volto a ripensare il concetto di comunità contrapposto a quello di immunità e sviluppato a partire dall’idea che la storia non può essere pensata in riferimento a una supposta origine naturale andata perduta.

Insomma, i problemi posti e affrontati da Preve sono problemi di autentico spessore filosofico. Non stiamo tuttavia semplicemente suggerendo che si sia in presenza di un nome in più che andrebbe aggiunto a quelli che occupano la scena del dibattito nazionale e internazionale. Certo, Preve è stato – ingiustamente e ingenerosamente – pressoché ignorato da questo punto di vista (talvolta persino “silenziato” in maniera esplicita e programmatica), ma l’originalità con cui egli ha affrontato questi problemi ha un carattere profondamente “straniante”, appunto, tale da richiedere un’attenzione specifica e accurata.

Lo straniamento risulta legato in particolare all’intreccio di diversi tipi di argomenti e di riferimenti da lui analizzati e presentati: se già di per sé l’originalità resta sempre difficile da decifrare e digerire, questo compito diventa ancora più arduo quando si presenta con caratteri fortemente “ibridi” e spiazzanti. Ecco allora che in Preve troviamo, rispetto a Virno, un deciso riferimento filosofico ai Greci, riferimento che àncora la sua proposta a un solido orizzonte fondativo e impedisce l’entusiasmo “postmoderno” per il concetto di moltitudine; rispetto a Nancy una profonda consapevolezza delle implicazioni geopolitiche e socio-economiche del superamento dell’organicità in direzione del sovra-nazionalismo; rispetto a Žižek uno straordinario tentativo di rileggere e reinterpretare l’intera storia del pensiero, occidentale e non solo, tramite il metodo della deduzione genetico-sociale; rispetto a Esposito l’esigenza di pensare la comunità “concretamente” riferendosi al ruolo dissolutivo esercitato dalla crematistica e concepire la storia come processo fondato sulle potenzialità ontologiche dell’essere umano pur in mancanza di un’origine e di un fine precostituiti.

Non si tratta di sostenere che in Preve ci sia qualcosa “in più” rispetto a queste e altre figure, o l’inverso, bensì di riconoscere la specificità delle sue posizioni e insieme la comunanza dei temi affrontati rispetto all’odierno dibattito filosofico, rendendo giustizia al peso specifico della sua posizione proprio mentre le si riconosce il merito di essersi soffermata sulle medesime questioni fondamentali che animano il panorama filosofico contemporaneo.

Questo ci consente di affermare, con obiettività e consapevolezza, che Preve sia stato un genio filosofico. È tuttavia indispensabile intendersi subito sulla parola “genio”: come Kant ha colto in modo assai chiaro, a rendere tale il genio non è affatto la sua supposta abilità nel creare ex nihilo canoni innovativi, bensì la sua capacità di far leva sui diversi canoni esistenti per farli dialogare in maniera produttiva e generare così un intreccio innovatore, un punto di partenza per elaborare nuove sintesi.

In altri termini, dobbiamo rovesciare l’idea unilaterale secondo cui saremmo tutti debitori del genio creatore: è proprio il genio a essere – Preve stesso con Hegel lo ha più riprese ricordato – la persona più indebitata del mondo, perché senza l’opera di chi lo ha preceduto non avrebbe potuto creare nulla. Insomma, il genio si limita – se così si può dire – a farsi attraversare e invadere dalle intuizioni o produzioni altrui per fungere quasi da loro “attrattore” e “catalizzatore”.

È anche in questo senso che il vero filosofo è sino in fondo figlio del proprio tempo e suo “traditore”, secondo la duplice accezione che “tradire” serba in sé. Se dunque può essere vero che la maggior parte delle idee previane si ritrovano, benché espresse in forme diverse, in autori francesi, greci, tedeschi e inglesi, ciononostante quel che conta è – per riprendere parole rivolte da Maximilien Rubel a Marx – «comprendere il modo in cui egli fonde tra loro le idee che ha preso in prestito». Il genio, potremmo dire, è colui che riesce a mettere in opera una “fusione” che non si traduce in “confusione”, proprio perché accosta in maniere fino a quel momento impensabili elementi già esistenti.

Il presente volume viene a occupare un vero e proprio vuoto editoriale: è stato recentemente pubblicato un saggio monografico dedicato al pensiero di Preve, ma dal taglio molto generale e decisamente sintetico; esistono anche diversi volumi, articoli e saggi (nonché svariati interventi on-line) dedicati alla riflessione previana, che non vanno tuttavia oltre a una ricostruzione parziale, a un commento legato a qualche aspetto o a qualche singola opera, a un richiamo generale, o a una critica spesso superficiale – quando non alla riproposizione acritica e purtroppo non sempre manifesta dell’impianto della sua riflessione. Manca in ultima istanza una tematizzazione esplicita e approfondita dell’itinerario filosofico di Preve, che è quanto questo volume intende proporre, rivolgendosi a lettori curiosi e coraggiosi, attenti e critici, aperti e non ideologicamente prevenuti.

Per questo, si è scelto di dedicare all’analisi e alla ricostruzione del rapporto di Preve con Marx e il marxismo il secondo volume: deve tuttavia essere sin da ora chiaro che la scelta del lemma “marxiano” che comporrà il sottotitolo del secondo volume intende negare che Preve sia stato un “marxista occidentale” persino quando tale termine venga inteso nell’accezione di “eterodosso”. L’intero suo percorso biografico, ancor prima che filosofico, testimonia l’acuta consapevolezza del fatto che il “marxismo” sia stata una vera e propria dottrina le cui incrostature ideologiche rendono di fatto impossibile ogni sincero interrogativo critico-filosofico, mentre solo un atteggiamento di stampo “marxiano” consente di aprire alle considerazioni filosofiche che stavano a cuore a Preve.

Egli non fu mai un pensatore contro, ma piuttosto un pensatore anomalo: anomalo è colui che devia dalla legge ordinaria della natura e della storia, colui che contraddice la norma perché la sua condotta e la sua “postura” rappresentano l’infrazione vivente della regolarità e dell’ordine stabilito.

Anomalo e non meramente dissidente dunque, perché se il potere comprende non solo istituzioni e regole, ma anche i modi “normali” di sfidarlo, dissidente è colui che reagisce alla norma nel modo stesso che essa ha già previsto, mentre anomalo è colui che mette radicalmente in discussione tanto il contenuto affermato dalla norma quanto la sua negazione, e proprio in questo modo fa aprire gli occhi sulla presunta normalità imposta. Potremmo anche dire: il dissidente è eterodosso rispetto a un’ortodossia a cui si contrappone, mentre l’anomalo si pone al di fuori di tale distinzione. Egli si rende ben conto che il cosiddetto mainstream è tutt’altro che ortodosso (orthos rimanda notoriamente a qualcosa di giusto e corretto, di vero in ultima istanza), essendo piuttosto omodosso, ossia “unilaterale” e portatore di un pensiero unico (nient’affatto vero!), per dirla con le parole stesse del nostro.

Sarà ora più chiaro il senso dello straniamento evidenziato dal titolo, quella sensazione “traumatica” provata da chi apre gli occhi di fronte a una situazione sino a quel momento considerata come “naturale”, o – meglio – non presa sino ad allora nemmeno in considerazione proprio perché data come fatale e necessaria. Essa comincia ad apparire anche come “innaturale” proprio allorché viene compreso che la naturalità del suo darsi è “posta”, dunque nient’affatto necessaria e spontanea: lo straniamento è la sensazione vissuta da chi sta cominciando a riconoscere la naturalità (dunque anche l’innaturalità) della propria realtà e viceversa, da chi finalmente “realizza” la realtà per quello che è davvero e desidera uscirne – pur nella consapevolezza che il semplice riconoscimento non basta da solo a permettere di evadere.

Lo straniamento si lega, come sopra dicevamo, al fatto spiazzante che rappresenta il processo di defatalizzazione o denaturalizzazione del mondo “oggettivo”, di cui si comincia a intravedere la genesi “soggettiva”, ossia umana, sociale e pratica. Se è vero che «abbiamo sempre bisogno di presupposti, e questi sono tali, ovvero operano come presupposti e funzionano come puntelli, solo nella misura in cui sono resi impliciti, non consapevolizzati», è evidente che il movimento di consapevolizzazione produce un “effetto straniamento”.

Preve ha colto molto bene come la fase contemporanea del capitalismo viva non dell’affermazione esplicita di essere il migliore dei mondi possibili, bensì dell’insinuazione sottile di essere l’unico modo rimasto: si alimenta della negazione dell’esistenza di modi alternativi di «fare umanità», presentandosi come necessario e privo di alternative, come naturale, ma in modo per lo più implicito e sotterraneo.

L’insegnamento forse più profondo e duraturo di Preve non riguarda allora tanto posizioni e contenuti specifici relativi alla storia del pensiero, ai fenomeni sociali e via di seguito, ma concerne piuttosto l’assunzione di un peculiare atteggiamento nei confronti del pensiero e della società. Si tratta di un atteggiamento “diagnostico”, per il quale decifrare il presente significa anzitutto cercare una malattia che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno ravvisa o percepisce più, subdola o cronica che sia: significa togliere al presente la sua normalità, ovvietà, inevitabilità, per sottolinearne invece l’assurdità e l’insensatezza.

Un simile atteggiamento comporta un vero e proprio spostamento, una dislocazione dello sguardo, uno “straniamento”. Preve ci ricorda in tal modo che il discorso filosofico ha intimamente a che fare con il tentativo di guardare il mondo altrimenti, pur sapendo che ciò non può bastare a modificarlo: il desiderio di cambiare il mondo con la filosofia è troppo ingenuo, ma la filosofia consente di aprire un orizzonte critico se chiarisce che una trasformazione è necessaria, nonché le ragioni per le quali lo è, indicando infine quali sono le condizioni di possibilità della trasformazione stessa. In questo senso la filosofia è sempre critica del presente, consente di “spostare” lo sguardo sull’oggi per farlo percepire in un modo diverso, offrendo con ciò un decisivo presupposto per un possibile cambiamento.

Pensiamo per esempio all’ondata anti-autoritaria e libertaria che dal ’68 in poi ha impresso una svolta al capitalismo, la cui fase «speculativa» [cfr. SE, 109-120] è contraddistinta dall’affermazione dell’onnipotenza (astratta, associata a un’impotenza concreta) del “tutto è possibile” e “ognuno è libero di fare ciò che vuole”: è la demolizione di ogni divieto esplicito, di ogni regola negativa (“non puoi…”, “è proibito…”), vale a dire – da un punto di vista antropologico – di ogni tabu. Infatti, un tabu è la negazione esplicita di determinate possibilità comportamentali, è insomma come un divieto d’accesso.

Che ne è di una società non solo priva di tabu, ma che si fa persino forza della negazione di ogni forma di tabu («vietato vietare!»)? Ebbene, una società senza tabu è una società in cui vengono meno anche quei riti di iniziazione che consistono proprio nella violazione del tabu, riti la cui funzione non è tanto quella – come spesso si crede – di introdurre alla norma sociale in modo violento e brutale, quanto quella di “estrarre” il singolo dalla norma sociale stessa, facendo capire che è proprio la società a stabilire la normalità o l’anormalità di qualcosa. Lo “shock” provocato dall’infrazione controllata del tabu dimostra che ciò che da quel momento in poi verrà considerato come naturale in realtà non lo è. Insomma, la presenza di un tabu e del rito di iniziazione a esso connesso serve non tanto a “indottrinare” bensì a indurre a riflettere, dunque anche a far sì che possa esservi una libera accettazione dei rapporti sociali e non un semplice passivo e inconsapevole “assorbimento” di essi.

Il capitalismo «speculativo», proprio in quanto privo di mediazione dialettica, può – anzi deve – accettare tutto e tutti, a patto che nessuno lo chiami apertamente con il suo nome: come Preve ha spesso sottolineato, non è un caso che la stessa parola “capitalismo” sia stata sostituita da quelle più neutre e naturalizzanti come “mercato”, “globalizzazione” e “realtà economica”; uno slittamento semantico decisivo la cui unica funzione è ridurre lo spazio per la presa di coscienza del reale stato delle cose e delle possibili alternative.

Il modo per impedire simile presa di coscienza è proprio quello di non impedire più nulla, di cancellare ogni meccanismo sociale che possa ispirare in chi fa ingresso “ufficiale” nella società il senso critico delle possibilità e di sottrarre persino le condizioni per nominare in maniera adeguata la totalità sociale: occorre in ultima istanza impedire che ci si possa accorgere che esistano alternative possibili.

Proprio per tali motivi lo straniamento ha ben poco a che fare con il disimpegno dal mondo o con l’atteggiamento “alienato” o “estraniato” di chi sta con la testa tra le nuvole o nel mondo dei sogni: riguarda quell’esperienza della “liminarità”, del confine tra il mondo presente e il mondo possibile futuro. Simile esperienza si apre proprio nell’istante in cui il mondo presente viene “derealizzato”, nel momento in cui si elimina il senso di naturalità che occulta la quotidianità per problematizzarla, portando alla luce l’orizzonte nel quale siamo immersi nelle nostre pratiche quotidiane – spesso non esplicitato e non percepito come tale proprio in quanto «orizzonte» – e restituendo funzione critica a un pensiero (come quello filosofico) che sembra oggi definitivamente convertito a una sorta di apologia dell’esistente.

 

 

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