Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 228

Giulio Biondi

Mio caro Marco. In appendice: Amori dispersi.

ISBN 978-88-7588-141-2, 2015, pp. 112, formato 140x210 mm., Euro 13.

In copertina: Giulio Biondi, La Staccionata, 2014.

indice - presentazione - autore - sintesi

13,00

Mio caro Marco,

il primo libro che ho davvero amato inizia proprio così: “Mio caro Marco”. Era l’estate dei miei sedici anni; finita da poco la quinta ginnasio, dopo tanto greco, latino e storia romana, la mente piena di date, guerre e battaglie, un turbinio di nomi lontani che la mia memoria aveva trattenuto con esattezza e precisione assolute, sotto il sole bollente io leggevo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Non importa se non lo conosci. Ne divoravo le pagine con avidità, sottolineando le frasi che più mi colpivano, riconoscendo con orgogliosa soddisfazione i protagonisti della Storia, i luoghi, gli eventi. Cominciava a farsi spazio in me la passione per le cose belle e antiche, mi pervadeva un senso indefinito di grandiosità, e io sognavo il mondo eroico del passato.

Quando mancano pochi giorni al mio ventinovesimo compleanno, caro Marco, comincio a scriverti questa lunga lettera, sperando che un oceano di parole addolcisca il dolore che provo da quando mi hai lasciato e chiedendomi cosa mai tu facessi quell’estate, mentre io leggevo il mio libro.

Forse, anche se te lo chiedessi, tu non sapresti rispondere. Al più, immagino, mi diresti che passavi le giornate a fumare con i tuoi compagni in qualche parco o, forse, che eri in viaggio. Mi hai sempre parlato così poco del tuo passato, come di qualcosa che non ti apparteneva più. Solo adesso mi accorgo che io so così poco di te…

Non mi interessa se questa lettera potrà sembrarti uno sfogo puerile o lo svenevole diario di un adolescente sprovveduto e romantico, la cronistoria sdolcinata di chi fa tragedie dei casi della vita. È l’unico mezzo che ho per comunicare con te, e voglio credere che scrivere mi aiuterà a guarire dalla malattia contro cui combatto da mesi…

 

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