Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Petite Plaisance Editrice
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Cat.n. 369

Giulia Angelini, Alberto Giovanni Biuso, Salvatore A. Bravo, Michele Di Febo, Alessandro Dignös, Lorenzo Dorato, Arianna Fermani, Alessandra Filannino Indelicato, Marco Guastavigna, Claudio Lucchini, Fernanda Mazzoli, Giancarlo Paciello, Franco Toscani

Tempi covid moderni. A cura di Alessandro Dignös.

ISBN 978–88–7588-273-0, 2020, pp. 256, formato 170x240 mm, Euro 25 – Collana “Il giogo” [127].

In copertina: René Magritte, Golgonde, olio su tela, 1953, The Menil Collection, Houston.

indice - presentazione - autore - sintesi

25,00

Nota redazionale

L’esperienza della pandemia ha modificato, per quanto su vie in parte già tracciate, sia le modalità di insegnamento, sia le modalità di lavoro, sia le modalità di consumo. Questo numero di Koinè vuole offrire una riflessione critica a più voci, e ad ampio raggio, su queste tematiche.

Ringraziamo Alessandro Dignös per averne assunto il coordinamento.

petite plaisance

«Le radici della παιδεία sono amare, ma i frutti sono dolci».

«Una παιδεία futuribile abbisogna di tre condizioni: natura, apprendimento, esercizio».

Aristotele, citato da Diogene Laerzio,

Vite dei filosofi, V, 18, a cura di M. Gigante, Laterza, Bari-Roma, 1983.

«Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha la coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri».

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975.

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Alessandro Dignös

Introduzione

L’anno che volge al termine sembra destinato ad imporsi nella nostra memoria come l’anno del SARS-CoV-2, quel particolare virus che, diffusosi da Oriente ad Occidente, da Nord a Sud, in quasi ogni angolo del pianeta Terra, ha segnato, secondo differenti modalità, l’esistenza di ciascun individuo, imponendo un nuovo modo di «essere-nel-mondo» e dando origine, di fatto, ad una nuova tragica visione dell’esistenza. Sotto questo aspetto, appare indubbio il fatto che il 2020 possa essere definito, già da ora, come un vero e proprio “anno spartiacque”, a partire del quale pare opportuno distinguere nettamente un «prima» – l’«era pre-Covid-19», ossia il tempo che precede l’insorgere della malattia di cui tale virus è causa – e un «dopo» – un’«era post-Covid-19» –, di cui, allo stato attuale, si fatica ad individuare l’inizio – il «quando» – e a scorgere la fisionomia – il «cosa» e il «come». Mai come oggi, nella storia degli ultimi decenni, l’intera umanità è apparsa prigioniera di un tempo «presente» che, pur durando solo da pochi mesi, sembra aver assunto i caratteri dell’eternità.

Innanzi al tumultuoso svolgersi degli eventi e, soprattutto, innanzi alla complessiva ridefinizione delle modalità di lavoro, di consumo e, in generale, di vita che nella situazione in atto ha avuto – e sta avendo – luogo, nei primi mesi dell’anno corrente, abbiamo avvertito l’esigenza di avviare un dialogo con altri studiosi appartenenti alla nostra “comunità di amici”, al fine di confrontarci sullo stato di cose presenti con particolare attenzione nei riguardi dei bruschi e profondi cambiamenti con cui ciascuno di noi ha dovuto – e deve – ogni giorno misurarsi. L’obiettivo che ci siamo posti, all’inizio di questo confronto, è stato quello di avviare una riflessione sugli eventi in corso in piena libertà e a partire dal proprio orizzonte di studio, nella duplice consapevolezza che solo una polifonia di prospettive può illuminare nel modo più efficace su una data questione o su un dato oggetto, e che solo attraverso l’esercizio del pensiero è possibile, per l’uomo, essere e restare attivo a fronte di fatti, accadimenti o narrazioni al cui cospetto passività e impotenza appaiono le sole possibilità.

I saggi che compongono il presente numero di Koinè rappresentano le diverse voci che hanno preso parte a questo dialogo, ponendosi come suoi momenti fondamentali. In ogni caso, al di là delle differenze che caratterizzano i singoli interventi – i quali, in diverso modo, contribuiscono a gettare luce su ciò che si trova sotto i nostri occhi, arricchendo la nostra prospettiva sul presente –, esiste, a ben vedere, un fil rouge in virtù del quale è possibile cogliere lo spirito che anima il loro Gespräch.

Per comprendere quale sia l’orientamento alla base dei diversi contributi e la visione che fa da sfondo al presente volume, può essere utile, per contrasto, guardare al modo in cui i grandi mezzi di informazione descrivono l’imponente e complessa trasformazione delle modalità di vita, di lavoro e di consumo che sta caratterizzando l’intero mondo occidentale. Se poniamo l’attenzione sulle categorie al centro del discorso dominante, possiamo osservare come esse siano costituite dai concetti di «evento» – da intendersi come «casualità» e «accidentalità» – e «necessità» – nella duplice accezione di «ineluttabilità» e «destino». Tutti i grandi cambiamenti che hanno avuto luogo a partire dai primi mesi del 2020 sono comunemente descritti come una semplice ed inevitabile conseguenza della situazione pandemica che sta sconvolgendo l’intero pianeta. Stando a ciò che si dice (man sagt), si tratta pertanto di fatti o processi che trovano la loro genesi nel «caso», in un quid “accidentale” – la diffusione del virus su scala globale –, ragione per cui devono essere parimenti considerati alla stregua di mutamenti casuali e accidentali. E tuttavia, indipendentemente dalla loro origine, nella misura in cui, in ogni caso, pongono l’uomo nelle condizioni di vivere, lavorare e consumare, essi – secondo tale narrazione – devono essere assunti come una “conquista perenne” da cui non sarà più possibile prescindere e che, per questa ragione, è destinata a dare avvio ad una “nuova normalità”.

Ora, vi sono chiaramente pochi dubbi sulla natura casuale e accidentale della diffusione del SARS-CoV-2; anche il fatto che tale virus sia una realtà impossibile da ignorare e sottovalutare rappresenta un dato certo: in questo senso, esso si configura come una vera e propria «necessità», non come una semplice «possibilità». La ragione per cui è anzitutto opportuno considerare con criticità la narrazione imperante risiede nell’idea che, data l’accidentalità e l’inevitabilità della situazione creatasi a causa dell’epidemia di Covid-19, anche il cosiddetto smart working, la «didattica a distanza», il trionfo dell’e-commerce e la scomposizione atomistica della società umana rappresentino dei fatti puramente accidentali, privi cioè di qualsiasi nesso con le strutture profonde e con i rapporti di forza che ormai da tempo condizionano – o meglio, predeterminano – l’orizzonte dell’esistenza collettiva.

In realtà, che le cose stiano diversamente è il modo stesso in cui vengono descritte a suggerirlo. Ad un’attenta analisi della communis opinio sulle attuali vicende, vi è una domanda che non può non sollevarsi: se è vero che le nuove modalità di vita, lavoro e consumo sono meramente legate alla presente emergenza sanitaria, per quale motivo devono intendersi come una conditio sine qua non sarà possibile vivere, lavorare e consumare? In altri termini: se è vero che tali modalità sono essenzialmente volte a fronteggiare la situazione in atto, perché mai vengono al contempo descritte come gli elementi portanti di una “nuova normalità” destinata a caratterizzare il mondo nell’«era post-Covid-19»? Anche tenendo conto di ciò che si afferma nella rappresentazione abitualmente offerta di tali mutamenti, appare chiara la ragione per cui è bene guardare con sospetto la narrazione egemonica.

I diversi interventi di questo numero di «Koinè» mirano a porre in radicale questione l’immagine del presente sopraindicata. Sarebbe tuttavia un errore pensare che il loro fine si esaurisca in una critica superficiale o nella sua pura decostruzione. Lungo il sentiero tracciato dalle voci che animano questo dialogo, si fa strada una visione della realtà che si dimostra capace di rovesciare il discorso dominante sulla base di un diverso modo di concepire gli attuali tentativi di ristrutturazione dei rapporti umani.

Se prestiamo attenzione al modo in cui tali processi vengono analizzati e descritti nei saggi qui presenti, possiamo constatare come la categoria al centro del presente dialogo sia costituita non dalla nozione di «evento» o di «necessità» bensì, di fatto, da quella di «fenomeno». Il termine «fenomeno» deriva dal termine greco jainómenon, participio sostantivato del verbo jaínesqai, il cui significato fondamentale è «apparire, manifestarsi»; «fenomeno» è dunque essenzialmente «ciò che appare», «ciò che si manifesta». Non si tratta, in ogni caso, semplicemente di un apparire o manifestarsi di qualcosa; il «fenomeno», infatti, non è solo «ciò che si manifesta», poiché è sempre anche «ciò che manifesta» qualcosa d’altro rispetto a sé: qualcosa di antecedente e sottostante, senza il quale non potrebbe darsi. Stando così le cose, è evidente come il «fenomeno» non sia solo «ciò che appare» ma, ancor più, ciò che rimanda ad un quid più profondo, da cui dipende e in virtù del quale si determina e si manifesta.

La grande metamorfosi delle modalità di vita, lavoro e consumo che si sta imponendo in tutto l’Occidente viene trattata non come un «evento» casuale e imprevedibile, che trova la propria ragion d’essere nella pandemia di Covid-19, bensì come un «fenomeno» che può essere spiegato e compreso solo alla luce delle strutture materiali e del modo di produzione che sono alla base dell’attuale civiltà. La digitalizzazione della didattica, del lavoro e dei rapporti economici, la virtualizzazione privatistica delle identità, la disgregazione individualistica della società e la magnificazione della tecno-scienza non sono la mera conseguenza di una temporanea situazione di emergenza: come viene ampiamente chiarito nel presente volume, si tratta in verità di «fenomeni» che rispondono pienamente alle logiche e ai desiderata della globalizzazione capitalistica, il cui potere si fa tanto più pervasivo e “reale” (wirklich) quanto più le relazioni tra gli uomini divengono asettiche, sterili e “virtuali”. È in fondo questa la ragione per cui l’ordine dominante ha ogni interesse a presentare tali trasformazioni come processi “irreversibili” ed eventi “destinali”: affinché il modo di produzione capitalistico possa perpetuarsi e oggettivarsi in un nuovo assetto globale, occorre annichilire tutto ciò che, in un modo o nell’altro, costituisce una forma di resistenza alle sue pretese di dominazione assoluta, per sostituirvi nuovi modelli, nuovi valori e nuove pratiche di vita chiaramente più funzionali alla sua riproduzione.

Con questi rilievi, non si intende in alcun modo negare l’utilità che il “virtuale” può avere per lo svolgimento delle attività quotidiane. Come si afferma a più riprese in questo Gespräch, per certi aspetti si può legittimamente parlare di una «virtuosità del virtuale». Ad essere oggetto di critica e contestazione non è dunque la “virtualità” in quanto tale: è invece l’idea che il “virtuale” possa sostituirsi definitivamente al “reale” e che i nuovi modi di vivere, insegnare, apprendere o lavorare rappresentino una condizione “normale” e “naturale” e non, all’opposto, delle forme di alienazione.

A questo punto, è evidente come al SARS-CoV-2 non possa essere attribuita alcuna vera responsabilità della mutazione antropologica in corso; tantomeno si deve pensare che l’epidemia di Covid-19 abbia una natura non casuale e non accidentale, e sia perciò il frutto di qualche congiura. Il sistema dominante non ha creato il virus, né ha favorito la sua diffusione: esso si è “limitato” a trarre cinicamente profitto da un’epidemia di cui nessuno può dirsi artefice, proponendo come rimedio ciò che, per sua natura, è funzionale al proprio “benessere” anziché a quello dell’uomo e della comunità. Le diverse misure poste in essere nel 2020 non fanno che accelerare processi e tendenze in atto dagli ultimi decenni del Novecento, ragione per cui molti tra coloro che studiano la società e le sue strutture vedono nelle nuove modalità e nelle nuove pratiche di vita «fenomeni» tutt’altro che imprevedibili.

Il presente numero di Koinè vuole costituire un invito a ripensare il nostro tempo, ponendosi come un vero e proprio esercizio di defatalizzazione di quanto, nel filtro del pensiero mainstream, appare “normale”, “destinale”, “irreversibile”. Solo distinguendo ciò che è ontologicamente “inevitabile” da ciò che, invece, si presenta come tale, è possibile riaprire lo spazio ad una critica trasformatrice che ponga le basi per una nuova progettualità umana. In tal senso, il presente invito a ripensare l’attuale è, al contempo, un’esortazione a ripensare ciò che trascende la semplice presenza: l’uomo. È solo a partire dalla comprensione della sua essenza che è infatti possibile individuare dei nuovi modi di vivere che siano veramente conformi ai suoi bisogni e alle sue aspirazioni, mostrando, in tal modo, quale sia il modello di società a cui tendere affinché costui possa autenticamente “fiorire” e realizzarsi.

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