Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Aldo Lo Schiavo

Filosofia del mito greco. In Appendice: Themis, la dea del giusto consiglio.

ISBN 978–88–7588-296-9, 2021, pp. 80, formato 140x210 mm, Euro 10 – Collana “Il giogo” [132].

In copertina: Themis di Ramnunte, dal tempio di Nemesi (ca. 300 a.C.), Museo Archeologico Nazionale di Atene. In quarta: Charites (grazie), rilievo votivo, periodo arcaico. Glyptothek, Monaco di Baviera, Germania.

indice - presentazione - autore - sintesi

10,00

1. Mito e religione

Il mito, storicamente considerato, è intimamente connesso allo spirito religioso di un popolo. Non è pura costruzione della fantasia, il gioco soggettivo di una mentalità ingenua. I racconti intorno agli dèi e alle loro imprese nascono dalla coscienza profonda di una comunità, e sono in qualche modo una risposta alle difficoltà, ai timori, ai bisogni di sicurezza della gente. A quei racconti si accompagna sempre una sicura credenza, un’adesione interiore, una partecipazione emotiva, ciò che costituisce l’essenza di una fede religiosa.

All’interno dello spirito religioso della comunità, il mito rappresenta il momento più riflessivo e più intensamente rappresentativo della sensibilità comune.

Naturalmente, quella fede religiosa, e i miti che l’accompagnano, si atteggiano diversamente nelle varie comunità, assumono connotazioni che sono proprie di ciascun popolo (nelle condizioni storico-ambientali in cui esso si trovi a operare) e della particolare mentalità che vi si è sviluppata.

La specifica religiosità di un popolo si riflette nelle sue rappresentazioni mitiche, e viceversa i tratti assunti dal pensiero mitico contrassegnano in una qualche misura l’atteggiamento religioso.

2. Il policentrismo greco e la sua koine

Le condizioni storico-ambientali della Grecia antica hanno finito per incidere notevolmente nella formazione della mentalità dell’uomo greco. La componente etnica indoeuropea, proveniente dall’esterno, conflisse ma anche interagì con le genti mediterranee che dall’origine abitavano quei luoghi. Inoltre, le caratteristiche geografiche favorirono quel particolarismo politico proprio delle comunità greche, ognuna gelosa della sua indipendenza.

A differenza delle altre civiltà dell’Oriente antico, dove la vita si è evoluta in una realtà geo-politica relativamente uniforme, la Grecia arcaica non ha avuto un centro unico di irradiazione culturale, politica e religiosa. Le più compatte civiltà dei fiumi (l’egiziana, la mesopotamica, l’indo-iraniana) giunsero presto a dotarsi di un pantheon comune, abbastanza definito e mantenuto tale da una forte casta sacerdotale legata al potere centrale.

In Grecia, invece, Eoli, Ioni e Dori, portatori di culture e sensibilità diverse, divise per giunta in tante piccole comunità spesso in lotta fra loro, contribuirono sì insieme a creare una koine culturale e religiosa, nella quale tuttavia le particolarità e le differenze non vennero annullate o riassorbite in un tutto omogeneo.

Non a caso, sedi di culto come Olimpia, Delfi o Eleusi, centri di indubbia dimensione panellenica, servivano non soltanto a celebrare le comuni aspirazioni, ma anche a riaffermare nel confronto e nella competizione i tratti distintivi delle comunità che vi partecipavano.

L’onore conquistato dai singoli vincitori nelle diverse manifestazioni agonistiche si traduceva, come insegna Pindaro, nella gloria delle loro città di origine.

3. Una religione senza dogmi

Il mito ha potuto esplicarsi e fiorire così liberamente in Grecia, come in nessuna altra civiltà antica, perché la Grecia, conservando gelosamente il suo policentrismo, non ebbe un’ortodossia religiosa, non adottò libri sacri, non conobbe una casta sacerdotale chiusa.

E ciò costituì, se vogliamo, la sua maggiore fortuna, ossia permise la più ampia libertà spirituale. Ogni comunità venerava i suoi dèi, ma i suoi culti non erano esclusivi.

Persino i riti misterici erano collegati alla città, e addirittura avevano una impronta panellenica. Poiché le divinità e i culti più importanti erano poliadi, non si poneva alcun conflitto tra religione e politica (diremmo ora, tra foro interno e foro esterno).

La religione greca non era ripiegata sulla coscienza, non richiedeva un’intima e privata comunione con la divinità, poiché per la cultura greca l’uomo non era un peccatore (mancò l’idea di un peccato originale) e non avvertiva alcun bisogno di redenzione (R. Parker). L’anima individuale e quella collettiva vanno quasi all’unisono nella polis greca arcaica (S. Mazzarino).

La religiosità seguiva l’ortoprassi, il corretto modo di venerare gli dèi, piuttosto che l’ortodossia, cioè l’adesione incondizionata a determinati principi.

Poiché non vi era ortodossia, neppure si conoscevano eresie. Quei processi intentati ad Atene contro alcuni filosofi (Anassagora, Protagora, Socrate), dietro l’accusa di empietà (asébeia), nascondevano degli obiettivi politici. Il che non significa che i Greci non temessero la divinità, non nutrissero per essa sentimenti di lealtà e di fiducia.

E tuttavia la pietà religiosa (eusébeia) era piuttosto una forma di rispetto che di onore. Inoltre, agli dèi greci «mancava la santità, ossia quella qualità che avrebbe dovuto farne dei modelli della moralità umana» (J. Burckhardt). La moralità non era il punto forte di questi dèi, che spesso anzi scandalizzavano con i loro comportamenti.

4. Ricchezza della riflessione mitica

Dati questi caratteri della religiosità greca, si comprende perché il mito abbia potuto svilupparsi colà con una libertà, una ricchezza e una varietà di racconti che non hanno equivalenti altrove.

Di fronte ai misteri della vita, ai sorprendenti scenari della natura, agli eventi più inusitati dell’esistenza, i Greci s’interrogano, come tutte le altre popolazioni antiche, ma lasciano sempre la risposta aperta.

Si affidano di volta in volta alle evocazioni contenute negli antichi inni rituali, ai canti degli aedi e dei poeti, alle massime dei sapienti, alle elaborazioni teo-cosmogoniche dei teologi; più tardi guarderanno stupiti anche alle opere degli artisti e dei pittori vascolari. Costoro si sentono quasi del tutto liberi di sviluppare questo o quel tratto della personalità di un dio o di un eroe, di dare versioni diverse di uno stesso racconto o epifania, di stabilire connessioni nuove fra eventi leggendari e circostanze della vita reale.

Non c’è un modello fisso o una versione ortodossa dei singoli miti. Ognuno di loro ha la possibilità di interpretare il mito a proprio modo, e il pubblico non è obbligato a prendere per vero ciò che ascolta: l’importante è che la versione data risponda a un bisogno sentito, a una esigenza della gente o della città.

È in base a ciò che si forma piano piano una tradizione, che però mai diventa rigidamenrte canonica.

5. Il mito, unione di fantasia e razionalità

Il racconto mitico può avere, e spesso ha, valori simbolici diversi, esprimere livelli di significato o gradi differenti di approfondimento. Un esempio molto semplice è quello della storia del rapimento di Persefone ad opera di Ade, della discesa della dea fra gli Inferi, della sua ricomparsa annuale a primavera: vi è chiaramente espresso un originario mito agrario o della vegetazio­ne, che diventa poi un mito iniziatico della rinascita nell’oltretomba (il seme che muore e rinasce sui campi suggerisce l’idea di una vita felice dopo la morte). Le Horai sono divinità del tempo atmosferico, come tali dettano i ritmi delle stagioni e dei lavori adatti al loro succedersi; ma sono anche intese da Esiodo come indicanti i criteri adatti al buon governo della città.

Da Omero ai grandi lirici, dai tragediografi ad Apollonio Rodio, affiorano pensieri più profondi intorno al destino dell’uomo, ai suoi rapporti con la divinità, alle ragioni della giustizia o del potere.

Tali pensieri cercano una spiegazione più organica nelle cosmogonie e teo-cosmogonie, comprese quelle orfiche, dove si avverte una certa influenza di fonti orientali (miti sumerici, assiro-babilonesi, iranici), che vengono tuttavia ampiamente rielaborati e talora svolti in una chiave che sembra già filosofica o che anticipa la filosofia.

Fondamentale, in questo senso, la Theogonia di Esiodo, con la sua storia delle generazioni divine succedutesi al governo del mondo e con altri miti di rilievo quali la titanomachia e la vicenda di Prometeo.

Qui, come altrove, l’opera della fantasia si coniuga con un bisogno evidente di razionalità.

La prima anima, quella fantastico-immaginativa, assume in Grecia (e solo lì) forte coloritura estetica, che lascia nello sfondo i valori morali per rispondere a un fondamentale piacere degli occhi e della mente, talché gli dèi vengono ammirati soprattutto in quanto dotati di sovrana bellezza, di eterna giovinezza, di immortale felicità.

L’altra anima, quella razionale-speculativa, si aggiunge a quella fantastica, senza entrare in contrasto con essa, ed anzi la svolge quasi fisiologicamente nella vocazione tutta greca alla conoscenza e alla contemplazione disinteressata.

Lo scambio o l’incontro frequente dell’elemento estetico e di quello teoretico è uno dei caratteri distintivi del mito greco.

6. Il divino, rappresentativo di tutti gli aspetti della realtà

Il divino, per i Greci, è dappertutto. Si accompagna a ogni manifestazione della vita o della natura (componenti cosmiche, fenomeni fisici, moti psichici).

«Tutto è pieno di dèi», dirà Talete. Ma non si tratta di panteismo, semmai di realismo: le forme divine sono rappresentative dei molteplici aspetti del reale.

La realtà tutta (cosmica, fisica, psicologica, sociale, politica) è un caleidoscopio di situazioni, di tensioni, di contraddizioni. E gli dèi, in effetti, indicano ora le forze attive del mondo (Zeus, Hera, Efesto ecc.), ora quelle latenti e minacciose (quali Gaia, Poseidone, Tifone); ora gli aspetti più luminosi (Apollo, Helios, Eos, ecc.), ora quelli più oscuri (Nyx, Ade, le Kere, ecc.); e ancora le potenze attrattive e unitive (Afrodite, Eros, Himeros) oppure quelle violente o distruttive (Ares, la Contesa-Eris, la Rovina-Ate, ecc.); infine, le rappresentanti dell’ordine (Themis, Dike, Nomos, ecc.) o quelle del disordine (Dioniso, Hybris, Bia, ecc.); le forme della bellezza (ancora Afrodite, le Charites, le Muse) e quelle della bruttezza (le Graie, l’orribile Stige, la spaventosa Echidna).

Il mito antico è rappresentativo dell’essere, non del dover essere. E per questo, la divinità non identifica soltanto il lato positivo del mondo, ma sta dietro ed evoca anche il lato negativo o nefasto.

Il fatto è che il politeismo in generale, non solo quello greco, è frutto di una concezione naturalistica in un senso universale, onnicomprensivo.

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