Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 216

Umberto Fava

Il quadrifoglio di Medea. Racconti. La mia tetralogia dal Po all’Acheronte.

ISBN 978-88-7588-125-2, 2014, pp. 128, formato 140x210 mm., Euro 12 – Collana Egeria [17].

In copertina: Pietra dal profilo antropomorfo raccolta sulla montagna di Itaca. Fotografia di Massimo Bersani.

indice - presentazione - autore - sintesi

12.00

Le confessioni di un vecchio amanuense

 Ci sono dei momenti in cui mi vien voglia di scrivere qualcosa del tipo La morte di un commesso viaggiatore raccontata da Arthur Miller, rivoltandola – un mestiere vale l’altro – ne La morte di un vecchio amanuense. Insomma, la storia di una sconfitta, di un fallimento.

Più che la parola morte, mi costa usare la parola vecchio. Ma sempre meglio vecchio che anziano. Vecchio mi fa venire in mente Re Lear, il Sior Todaro Brontolon, il servo Firs del Giardino dei ciliegi. Anziano chiama il ricovero e la badante.

Come ci si sente essere arrivati a 70 anni suonati e finire come Willy Loman alla deriva? Che bello arrivare a 70 anni e passa e accorgersi di ritrovarsi alla fine come al punto di partenza. Magari è vero come scrive Eliot nei suoi Quartetti che finire è iniziare. Ma io non ho più tempo per ricominciare, non ho più 16 anni.

Sì, non ci si sente al massimo scoprirsi dei Nessuno, di cui «non c’è libraio che ne conosca l’esistenza», per rubare un’efficace espressione di Margherita Guidacci.

La cosa per la verità non dovrebbe inquietarmi: da molti anni ho fatto col mio orgoglio un giuramento, da molto tempo ho qui davanti a me sullo scrittoio, scritte nero su bianco, le parole di Cesare Pavese che ho scelto come mio stile di vita: «[...] e soprattutto il coraggio di starsene soli come se gli altri non esistessero».

Ma ero ingenuo. Sapevo di non dovermi fare illusioni, neppure una. Tranne quella di riuscire a vivere senza illusioni.

Sì, solo lo sono, ma non sono stoico abbastanza. Chi non è fatto di ferro ne esce tramortito. Gli scrittori sono come la mafia, e come la mafia si ammazzano fra loro. Avrei dovuto saperlo quando ho preso la prima volta in mano, da ragazzo, la penna. Anche di questo però dovrei infischiarmene, dal momento che io non sono uno scrittore, ma uno che scrive. Insomma un amanuense.

Sì, io non sono né stoico né coraggioso. Almeno non coraggioso abbastanza per far la fine di Willy Loman. In compenso sono orgoglioso. Ma di che orgoglioso? D’essere un uomo fuori gioco, fuori scena, fuori tutto, un autore dietro le quinte?

Orgoglioso che in scena ci sono almeno i miei personaggi.

Vi piace Wagner? Per me è un grande ammaliatore. Ebbene, io mi sento, con sconfinato orgoglio, un piccolo Wagner. Nell’epoca delle romanze, dei duetti e degli acuti, lui suonava altra musica, infischiandosene degli acuti, dei duetti e delle romanze. Nell’epoca delle crisi di coppia, della coppia che scoppia, della coppia che non è più una coppia, degli amoretti e degli amorazzi, delle mille sfumature della volgarità, delle mille storielle borghesi da salotto o da tinello, delle sdolcinature sentimentali sentite e risentite un milione di volte in tutte le salse, insomma dell’imperativo categorico di essere alla moda o sparire, io non sparisco e orchestro alla Wagner altre melodie, cerco il nuovo e l’originale, strade non battute, guardo ai grandi del passato, ai maestri di sempre.

E nell’epoca delle trilogie, scrivo la mia Tetralogia di racconti, come Wagner compose la sua Tetralogia dell’Anello del Nibelungo che dedicò a Schopenhauer, che a sua volta compose Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente. Ed Eliot compose in poesia i Quattro quartetti e Vivaldi in musica Le quattro stagioni e Beethoven in piena sordità gli estremi cinque Quartetti per archi, per i quali Proust parlò di «fascino inebriante» e «divino mistero» e «non tutte note adatte a orecchie umane».

Che anche le cose che scrivo io non sembrino adatte ad orecchie umane? Potrebbe darsi. Dico allora che, volendo, le mie cose si potrebbero anche intitolare Dialoghi tra sordi – tra me e gli altri – come lo sono stati a suo tempo gli ultimi Quartetti per archi di Beethoven. Solo che ora non saprei dire chi è più sordo, se io e Beethoven o gli altri.

Ora dico solo che non c’è il tre senza il quattro. Sul quadrifoglio che la mia Medea tiene fra le labbra, il quadrifoglio che ha raccolto fra l’erba della riva del Po, sulle quattro foglioline sono scritti (ci vuole occhio per vederli, come ci vuole occhio per vedere la nave Argo navigare su queste acque), ecco su ciascuna delle quattro foglioline è scritto un titolo della mia tetralogia, Presso un fiume stranier, Senza titolo, Bella ciao e Prima del diluvio. È su questa antica terra Ausonia che è venuto su un quadrifoglio così, che racconta storie come l’aedo Omero.

Sono moltissimi, i più, quelli che oggi non si sono accorti che la nostra epoca è quella in cui i morti sorreggono i vivi. I morti, sì, gli uomini antichi come Omero, le loro parole, le loro opere, le loro idee, i loro sogni.

A me piace essere inattuale come Socrate e come Nietzsche, che appunto si divertì a scrivere le sue quattro (anche lui con la sua “tetralogia”) Considerazioni inattuali.

Mi piace essere solo ed essere fuori dal mio tempo come lo fu Wagner al suo tempo. Non mi piace essere moderno, se il moderno dura cinque minuti.

Mi piace essere estraneo a questa mia città, anche se pago cara questa mia ostinata estraneità.

In Germania lo chiamavano Deutsche Misere, il Destino Tedesco; Thomas Mann si definiva «disperatamente tedesco»; Arthur Rimbaud parlava di «disgusto dell’Europa»; Paul Celan soffriva di «solitudine ebraica».

Avessero provato Mann, Rimbaud, Celan il destino, la disgrazia, la disperazione, il disgusto, la solitudine d’essere piacentino. Di Piacenza si muore come si muore di cancro.

Piacenza sul Po non è una grossa città. È più grossolana che grossa. E amara. Allora per addolcirmi la bocca penso alla dolcezza della Petite Plaisance sull’oceano, quella di Marguerite Yourcenar là sulla sperduta isola di Mount Désert, là nel lontano Maine, nel grande Nord degli Stati Uniti. Petite Plaisance si chiamava la sua casa fra la costa dell’America e la distesa dell’Atlantico.

Provate a ripetere più volte, cinque, dieci volte, adagio, Petite Plaisance, e ad un certo punto vi sembrerà un frusciare d’acqua, sembrerà di sentire scorrere – su queste due scorrevoli parole – l’onda del mare, la risacca scivolare e sciogliersi sulla riva.

La corrente del mio Po a Piacenza che, indifferente a queste rive, va verso il mare non potrebbe, con la monotonia della sua unica nota, un interminabile doooo..., un’infinita nota che è anche più lunga di quel lunghissimo accordo in mi bemolle maggiore che dagli archi passa ai corni e poi all’orchestra e che introduce L’oro del Reno che introduce a sua volta la wagneriana Tetralogia, ecco quel monocorde dooooo... del mio Po non potrebbe mai ispirare nessun musicista.

Invece la Piccola Piacenza della Yourcenar ha ispirato l’editrice di Pistoia che ha adottato il suo nome. Un nome e un disegno, quello della cicogna di Karen Blixen.

Talvolta si vede, tra il Po, l’Adda e la Trebbia, volare la cicogna. Forse è la cicogna della Blixen di passo su queste campagne e sopra questi campanili. Non porta bambini, ma libri. Insomma, in un modo o nell’altro porta la vita. Meglio dell’Araba Fenice. Che vada fino alla costa del Maine, alla casa solitaria della Yourcenar? Impossibile? Ci sono arrivati i Vichinghi volando sulle navi. Ci possono arrivare le cicogne solcando i cieli. E poi... Chi non spera quello che non sembra sperabile... dice Eraclito. No, chi non spera l’insperabile non potrà mai scoprirne la realtà né vedere realizzati i suoi sogni né trovare Mount Désert.

Ho troppi grilli e fantasie per la testa? Ho letto troppi libri come Don Chisciotte? Mi son bevuto il cervello bevendo le tante frottole dei poeti? Leggere un buon libro è come bere una buona grappa. Entrambi possono dare alla testa. Per questo non solo nella Biblioteca d’Alessandria e sulla Opernplatz di Berlino hanno fatto falò di libri. Anche gli amici di Don Chisciotte l’hanno fatto. Sì, c'è chi pensa di rinsavire gli uomini facendo così. Il matto può anche rinsavire, ma il sognatore?

Ma ci sono casi disperati come il mio. Perché? Ho letto troppi libri? No, più che altro ho letto – al di fuori degli strepiti e dei clamori della città – molti alberi, molti monti, molti cieli, molte nubi. Il mondo non finirà finché ci saranno uomini che leggeranno libri fra le cui pagine di carta passa il soffio dell’aria e del cielo. E per profumarli ancora più di vita, metto fra le pagine come segnalibri una foglia di noce staccata dal ramo, una penna di gazza caduta dal cielo.

Passato da lettore ad autore, mi sono sentito in certo qual modo storico fuori tempo del mio tempo, raccontando storie e fantasmi, paure e sogni della mia epoca, il mito e la vita.

Dov’è la favola, dov’è il mito, dov’è il simbolo, dov’è la realtà?

Con questa progressione di sferzanti domande Pavese assaliva un amico scrittore che gli aveva mandato un romanzo in lettura.

Se queste domande Pavese le facesse ora a me, risponderei con la sconfinata superbia di prima: sono qua, in queste mie 110 pagine.

Si narra che una volta il poeta John Keats ad una cena con amici alzando il calice per un brindisi inaspettatamente disse: «Sia maledetta la memoria di Newton».

Gli amici ammutolirono. Perché maledetto il povero Newton? Perché, spiegò Keats, con la sua scoperta della rifrazione della luce nel prisma gli aveva rubato l’incanto dell’arcobaleno. Allora tutti d’accordo nel maledire Newton.

Cosa dovrei dire io, allora, di chi mi ha rubato l’incanto della Luna, quegli astronauti che coi loro mostruosi scarponacci di ferro hanno lasciato segni sulla sua delicata pelle. Io innamorato deluso della Luna, la quale è invece tutta persa dietro a bel Endimione. Lei, chiara e irraggiungibile, anche se mi appare – nell’ultimo dei racconti della mia Tetralogia – in fondo al mio bicchiere d’ubriaco, bella e stretta nella sua alta cintura da dea, a cui non posso neanche dire: “Ciao, Luna. Ci vediamo stasera al solito posto”.

Sogno d’amore col pianoforte di Liszt o Sonata al chiaro di Luna col piano di Beethoven, Quadrifoglio o Tetralogia, Commedia o Tragedia, Quartetti o Poemetti, come vi piace. Per me è una sfida alle convenzioni e ai conformismi e alle mode e alle pigrizie di chi si crede mio contemporaneo, ma non lo è. Dato che io, a differenza d’altri, voglio essere contemporaneo non dell’effimero e della moda, ma del duraturo. Di gente giovane quanto meno come Omero. O come la Luna quando c’è la luna nuova.

Dal Po all’Acheronte, che è quasi come dire da me ad Omero, da qui all’eternità.

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