Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 254

Alessandro Monchietto (a cura di)

Invito allo straniamento. II. Costanzo Preve marxiano. Contributi di: Andrea Bulgarelli, Oliviero Calcagno, Diego Fusaro, Luca Grecchi, Gianfranco La Grassa, Diego Melegari, Rodolfo Monacelli, Giacomo Pezzano, Francesco Ravelli, Franco Toscani.

ISBN 978-88-7588-152-8, 2016, pp. 176 formato 140x210 mm., Euro 15 – Numero speciale di Koinè  – Collana “Il giogo” [67].

IIn copertina: Costanzo Preve. In quarta di copertina: Dziga Vertov in una sovrimpressione sulla sua telecamera; Erwin Piscator entra nel Teatro Nollendorf, Berlino, 1929.

indice - presentazione - autore - sintesi

15,00

 Anche questo anno Koinè dedica il proprio numero alla memoria di Costanzo Preve. Troppo importante la sua opera culturale per la nostra rivista, e troppo caro il suo ricordo per tutti noi che lo abbiamo conosciuto, per non rendergli questo minimo omaggio.

Così come, nella prima parte di Invito allo straniamento – questo il titolo scelto dai curatori –, si era analizzata la “prima metà” dell’opera di Costanzo, ossia la parte più propriamente filosofica, in questa seconda parte si è analizzata la “seconda metà”, ossia la parte più propriamente politica. Pur col valore relativo che questa distinzione può avere, so­prattutto all’interno di una produzione culturale come quella di Preve, Marx rimane il pensatore politico di riferimento dei suoi scritti. Per questo l’analisi di Marx e del marxismo servì a Preve per delineare non solo interpretazioni filosofiche, alcune delle quali comunque di grande pregio (la tesi dell’idealismo di Marx ad esempio, qui purtroppo non rappresentata, ma che ha avuto grande eco anche nei recenti scritti di Diego Fusaro), quanto soprattutto questioni politico-sociali rilevanti, su cui in questa sede vari autori si sono soffermati, e che hanno reso Preve celebre, soprattutto per i giovani appassionati del web.

Occorre comunque, in merito a questo tema, evitare la sovrapposi­zione fra il Preve studioso di Marx e del marxismo, ed il Preve analista di fatti geo-socio-politici. Preve è stato principalmente, per rimanere nel campo degli studi politico-sociali – per gli studi filosofici, come ricordato da Melegari, Pezzano e Toscani, è stato soprattutto un grande interprete dell’Umanesimo –, uno studioso di Marx e del marxismo.

L’unica opera di Preve citata nella Enciclopedia filosofica Bompiani in 20 volumi è del resto, non a caso, il Marx inattuale edito nel 2004 da Bollati Boringhieri. Tuttavia, come accennato, Preve risulta molto noto per alcune sue prese di posizione sulla contemporaneità, soprattutto con riferimento ad eventi bellici, ma anche alla critica ideologica della interpretazione di questioni contingenti, italiane e non. Molte di queste prese di posizione (ne ricordo alcune su Putin, Gheddafi, Le Pen, ecc.) hanno destato molto clamore sul web, con il consueto coro, da un lato, di strenui difensori dell’acume critico previano, e dall’altro lato di critici denigratori della sua radicalità.

Se posso permettermi una nota personale, quando mi anticipava telefonicamente alcune di queste prese di posizione – ma lo faceva raramente, sapendo appunto come la pensavo –, io lo sconsigliavo spesso dall’esporle. Lo sconsigliavo proprio in quanto, conoscendo bene l’enorme valore filosofico generale della sua opera, sapevo che egli era divenuto, nel tempo, un riferimento culturale importante per un gruppo di persone, soprattutto giovani, piuttosto ampio. Quando, giunti ad una certa età, si assume – volenti o nolenti – questo ruolo pubblico, occorre essere consapevoli delle responsabilità che esso comporta, ossia del fatto che quanto si dice ricade un poco anche su coloro che a noi più o meno esplicitamente fanno riferimento.

Preve, in questi casi, mi ascoltava sempre con rispetto, e mi dava anche ragione sul piano generale, ma poi – come era normale che fosse – prendeva in autonomia le proprie decisioni. Decisioni spesso motivate, oltre che da una intelligenza critica sempre attiva, da un desiderio forte di stroncare i tanti luoghi comuni sciocchi di quella “intellettualità colta di sinistra” che per anni lo aveva tenuto fuori dalla università, dalla grande editoria e dal giro dei quotidiani importanti. Tuttavia, in questa volontà di mostrare la propria – a mio avviso indubbia – superiorità culturale, Costanzo talvolta esagerava, prendendo posizioni che, anche quando in buona parte condivisibili, erano rivolte più a suscitare la reazione indignata che non a strutturare un dibattito.

Può darsi, ovviamente, che avesse ragione lui nel dire alcune cose. In ogni caso, se non le avesse dette – o meglio scritte, anche sui famosi editori considerati “impuri” a sinistra – non le avremmo lette, il che sarebbe comunque stata una perdita. Tuttavia, quello che mi sento di dire (o meglio di ripetere, anche rispetto al numero precedente) ai tanti giovani studiosi che tuttora frequentano gli scritti di Costanzo, è che egli si pensava principalmente come uno storico della filosofia, legato all’umanesimo dei Greci, di Hegel e di Marx: questa l’essenza della sua opera, su cui le analisi geopolitiche, storiche e sociali si innestavano in maniera accidentale, come dei rami su un tronco che avrebbero potuto non esserci, non mutando nulla circa il valore filosofico della sua opera. Poiché, come insegna Aristotele, per comprendere qualcosa con verità occorre distinguere ciò che è essenziale da ciò che è accidentale, occorre  che questo sia tenuto sempre presente, anche quando si affrontano le sue analisi che prendono spunto dal pensiero di Marx e del marxismo. Mi pare che gli scritti di questo volume lo facciano quasi sempre molto bene, sicché ringrazio ancora i curatori e gli autori per avervi partecipato.

 

LucaGrecchi

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