Ci rivolgiamo a lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé (K. Marx). – Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada (Eraclito). – ... se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è una pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio (M. Guidacci).



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Cat.n. 270

Giancarlo Paciello

No alla globalizzazione dell’indifferenza.

ISBN 978-88-7588-193-1, 2017, pp. 448, formato 170x240 mm., Euro 30 – Collana “Divergenze” [55].

In copertina: In copertina: Elaborazione grafica di Paolo Stecconi.

indice - presentazione - autore - sintesi

30,00

«Uno dei segni più nitidi del declino dell’intelligenza critica è l’incapacità di un numero crescente di nostri contemporanei di immaginare una figura dell’avvenire che non sia una semplice amplificazione del presente. Insomma, abbiamo disimparato che una civiltà, una cultura, possono morire. È vero che si tratta di un fatto difficile da accettare e che molti preferiscono esserne distratti. Dopo tutto, quale Attalius o quale Mincus si sarebbe immaginato, nella Roma splendente del IV secolo, che solo duecento anni dopo l’impero e la sua marmorea eternità avrebbero ceduto il passo a popolazioni analfabete, insediatesi negli spazi disurbanizzati dell’alto Medioevo? L’avvenire degli uomini non sta scritto da nessuna parte. Per il meglio come per il peggio».

Miguel Amoros, Où en sommes-nous?
Pour servir à éclaircir quelques aspects

de la pratique critique en ces temps malades,

febbraio 1998

Premessa

Il 20 ottobre 2011, il brutale assassinio di Muammar Gheddafi apparve, agli occhi dei più attenti, più che la vendetta di un’orda, inferocita dai crimini commessi dal Colonnello, come un lavoro sporco, commissionato dai mandanti dell’attacco contro uno Stato sovrano, avviato da Francia e Gran Bretagna, “legittimato” dagli Stati Uniti con una risoluzione dell’ONU all’acqua di rosa, e condotta con ferocia e determinazione dalla NATO. Un lavoro sporco, necessario per impedire che Gheddafi potesse difendersi rivelando tutte le complicità, a volte sollecitate, a volte ottenute, a volte concordate, da parte del più ignobile dei mandanti, l’ipocrita, assai interessato al petrolio libico, ma sempre democratico, Occidente.

E così, quella che passò per molti, come la liberazione del popolo libico dal suo dittatore, si è poi rivelata un’operazione, imbellettata da difesa contro un bagno di sangue da evitare (i diritti umani dove li mettiamo!), conclusasi con un bagno di sangue e con l’eliminazione di un fastidioso “capetto” (credo che rais in arabo significhi testa, capo), poco disponibile a svendere il proprio paese e a vendersi facilmente. Perché non mi nascondo che per molti è stato così (e temo continuerà ad esserlo, nonostante quello che sta succedendo in Libia oggi!) ma non per questo voglio confondermi con la maggioranza, come se quello che pensano i più sia elemento di legittimazione di ciò che si fa in nome dei più, mentre interessi particolari vengono nascosti ai più!

La certezza che la maggioranza avrebbe recepito un’interpretazione così lontana dalla realtà, mi aveva spinto a pensare ad un articolo dal titolo provocatorio Elogio di un dittatore. Ne misi al corrente mia figlia che mi fece capire che era importante che io chiarissi, non soltanto l’uso strumentale (e criminale) dei “diritti umani” ma anche cosa ne pensassi io, pena l’accusa esplicita di parteggiare per il dittatore e basta. Illuminato dalla considerazione filiale e dopo aver pensato per qualche giorno, decisi di provare a esplicitare la mia concezione universalistica rispetto al problema, e … alla vita! Ma convinto come sono che non si debba mai destoricizzare nulla, pena l’assoluta incomprensione dei fenomeni, ho pensato bene di inserire i diritti umani in un quadro che va dalla fine della Seconda guerra mondiale ai giorni nostri, analizzandone il significato del tutto diverso nelle due fasi che hanno caratterizzato questo lungo periodo: la Guerra fredda e la Globalizzazione. Ho lavorato per un po’ di tempo in questa direzione e, nel quadro di questo mio “racconto”, mi ripropongo di sottoporre anche i risultati raggiunti alla critica dei lettori, di mia figlia in primo luogo!

Questi dunque i propositi dell’ormai lontano ottobre 2011 ma, senza nulla togliere all’importanza del tema dei diritti umani, ho sentito il bisogno di storicizzare ancor più la situazione che stiamo vivendo, con la speranza innanzitutto di avviare un dialogo con le nuove generazioni, in primo luogo mia figlia e mio genero, (diciamo Silvia e Alessandro, tanto per fare dei nomi!) e anche di portare a compimento questo “saggio” già da tempo confinato in una cartella del computer! E proprio mentre mi accingevo a farlo uscire dalla “cartella”, il nuovo papa recatosi a Lampedusa, ha trovato modo di esplicitare, con quel suo grido «No alla globalizzazione dell’indifferenza», quanto questo periodo storico che stiamo vivendo sia lontano da ogni solidarietà umana, un punto di vista molto ragionevole il suo, ma non nelle corde della chiesa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Non che sostenessero il contrario, ovviamente! E, per essere al passo con i tempi, ho modificato ancora una volta lo “spazio” con cui misurarmi, convinto come sono della necessità di una riflessione filosofica sul mondo attuale e su di un universalismo all’altezza dei tempi. Tutto questo potrà apparire (e forse lo è), assai presuntuoso, ma mi sembra anche che, rivolgendosi ad una figlia, si debba essere sinceri fino in fondo!

Questa dunque è la genesi di un libretto “presuntuoso”, ma che spero venga giudicato nel merito. A una persona di settantanove anni non si può chiedere quale sia la sua specifica preparazione per sostenere questa o quella tesi. Si può essere però abbastanza certi che non faccia ricorso all’improvvisazione. E di carne al fuoco ce n’era già tanta! Ma, come se non bastasse, papa Francesco si è fatto venire in mente di scrivere un’Enciclica sconvolgente e Massimo Livi Bacci uno splendido libretto altrettanto sconvolgente nei contenuti quanto misurato nella forma. Le cose mi erano già sfuggite di mano, e dovendo in ogni caso descrivere le due epoche, Guerra fredda e Globalizzazione, per il diverso modo di concepire i diritti umani, alla parte specifica ne avevo aggiunte altre due, una relativa all’evolversi del quadro internazionale ed un’altra relativa all’evolversi del quadro nazionale entrambe caratterizzate, a mio parere, da una progressiva e ahimè inarrestabile criminalizzazione, in termini strutturali di entrambi i quadri, ovviamente interdipendenti, con una chiara subordinazione del quadro nazionale a quello internazionale.

Ho deciso perciò di scrivere una seconda parte, in sintonia con la prima e con le due encicliche in questione, dal momento che ho “battezzato” come enciclica laica Il pianeta stretto di Massimo Livi Bacci, e una terza parte che affrontasse il tema dell’ecologia sia dal punto di vista delle istituzioni internazionali sia dal punto di vista dei movimenti ecologisti, per poter dare uno sbocco concreto alle proposte emerse nella seconda parte. Ho perciò rinviato ad un libretto storico le considerazioni maturate in questi ultimi trent’anni e relative ai settant’anni seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale a livello nazionale e a livello internazionale.

Il capitolo storico Da un ciclo storico all’altro costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, e per esso, come del resto ripeto più volte nel corso del capitolo, sono ampiamente debitore a Massimo Bontempelli che purtroppo non è più tra noi. E mi pare sia ora di porre fine alla “Premessa”!

1. Introduzione

Come ho detto nella premessa, la filosofia è arrivata per ultima nella strutturazione del testo, ma merita un posto importante perché il discorso possa ambire ad una riflessione la più ampia possibile sull’universalismo, che in parole assai povere vuol dire, per me, quali regole valgono per tutto il genere umano, che pure è così diversificato in comunità di ogni tipo. E, stante la mia collocazione culturale, significa in primo luogo fare i conti con l’universalismo all’interno del quale sono cresciuto, l’universalismo della chiesa cattolica.

E così, al primo capitolo che cercherà di rendere conto sul piano storico dell’attuale fase che stiamo vivendo, facendo riferimento al traumatico passaggio che ha rappresentato per l’umanità intera la caduta del Muro di Berlino, l’implosione dell’Unione Sovietica insomma, fondamentale, come ho detto qualche riga più sopra, per tutto quanto dirò successivamente, seguirà un capitolo assai denso sull’universalismo, dove analizzo, con riferimento puntuale ai suoi discorsi, le posizioni di papa Francesco sugli elementi fondanti della società umana. E cercherò di misurarmi io stesso, si parva licet, non solo con l’universalismo come si è andato storicamente determinando, ma anche e soprattutto con un universalismo che sappia contemperare la fondamentale uguaglianza degli esseri umani e la loro diversità culturale in quanto espressione di comunità diverse. Tous parents, tous differents, come diceva il titolo di una bellissima mostra sull’evoluzione, che si riferiva, pensate, a tutte le specie, prese nel loro complesso!

Ma per fronteggiare eventuali e probabili critiche all’universalismo mi sono fatto aiutare da Immanuel Wallerstein che ha affrontato con la sua La retorica del potere, l’ambiguità dell’uso dell’universalismo, evidenziando come, dalla conquista dell’America in poi, se ne sia fatto un uso molto strumentale. Tanto che lui fa ricorso alla distinzione tra “universalismo europeo” e “universalismo universale”! Dedicherò perciò un intero paragrafo del secondo capitolo all’analisi del testo appena citato. A questo punto sarà necessario cominciare a tirare qualche conclusione sui diritti umani.

Un terzo capitolo con riferimento alla Carta delle Nazioni Unite e soprattutto alla dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e un’analisi di questi testi che evidenzi l’abissale distanza esistente con la concezione dei diritti umani sbandierata oggi dagli USA e alla quale, pecorinamente, l’Occidente si è conformato e si conforma. Anche in questo capitolo dedicherò un intero paragrafo all’evoluzione storica del diritto e, in particolare, dei nessi tra il diritto e la guerra. Per far questo, mi servirò dell’ausilio del libro di Danilo Zolo, La giustizia dei vincitori, che costituisce, a mio parere, una summa sul rapporto sempre più mutato nel tempo, tra guerra e diritto internazionale.

E, sotto molti aspetti, si potrebbe considerare conclusa la risposta alla genesi del libro. Ma, dopo la stesura della parte appena descritta, come ho detto nella Premessa, in un primo momento mi è parso necessario dover precisare meglio alcuni aspetti degli anni che vanno dal 1945 ad oggi, riprendendo la “scansione” suggerita da Massimo Bontempelli, sia sul piano internazionale che su quello nazionale. Sono poi arrivate le encicliche … e ho cambiato idea!

Ma prima di dar fiato alle argomentazioni filosofiche, storiche e analitiche, ritengo opportuno fare alcune considerazioni legate alla grande differenza esistente, in termini generazionali, circa le modalità di comprensione degli eventi che stiamo vivendo. Io sono nato nel 1937, sono dunque nato in pieno ventennio fascista, sono stato sfiorato dalla Seconda guerra mondiale e ho vissuto immerso nel contesto storico determinato dallo scontro tra due superpotenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che si caratterizzavano ideologicamente per essere, i primi il baluardo della democrazia contro il comunismo, i secondi il baluardo comunista contro l’imperialismo occidentale.

1.1 L’uomo che visse nella Guerra fredda

Non c’è stato evento, degli anni che vanno dal 1945 al 1991, che non sia stato letto in questa chiave e che mi abbia visto leggere, benché non ne fossi particolarmente contento, pressoché secondo questa falsariga, gli eventi nei quali ero coinvolto o che in generale hanno caratterizzato quest’epoca, compresa l’interpretazione della storia precedente. Da quando avevo 8 anni a quando ne ho avuti 54 sempre lo stesso ritornello. Più avanti, nella seconda e nella terza parte del libro cercherò di riassumere, sia pure a volo d’uccello, gli eventi caratterizzanti la Guerra fredda e quelli caratterizzanti la Globalizzazione. Soltanto allora, affronterò la situazione attuale, compreso lo specifico tema dei diritti umani, evidenziando il diverso uso che ne viene fatto oggi, rispetto all’epoca precedente.

L’esigenza è dettata da un fatto semplicissimo e assai complicato nello stesso tempo. Le generazioni cui mi rivolgo costituiscono il futuro. Fin qui non ci piove. Dove comincia a diluviare invece è nella assai diversa lettura che le nuove generazioni possono dare (e danno) di quanto accade, soprattutto quando non fanno riferimento a quanto è accaduto almeno trent’anni prima della loro nascita.

Non intendo in nessun modo pormi come il vero interprete di ciò che succede (ed è successo). Ci sono limiti anche alla megalomania! Vorrei molto più modestamente, ripercorrendo la mia vita e quindi la mia esperienza, cercare di comunicare quanto sia stato difficile, per me, provare ad afferrare la realtà che vivevo e che scorreva sotto i miei occhi, e di fornire alcuni degli strumenti che sono serviti ad orientarmi. Una sorta di lascito paterno in un mondo decisamente sfuggito al senso, o meglio in un mondo assai difficile da interpretare con la sola categoria del buon senso!

1.2 Le generazioni nate dopo il 1975

Buona parte delle persone comprese in queste due generazioni sanno poco o nulla della Guerra fredda, certamente alcuni di loro hanno sentito parlare della caduta del Muro di Berlino, ma sono cresciute essenzialmente nel contesto, che permane tuttora, della Globalizzazione, di cui parlerò diffusamente più avanti. Se la Guerra fredda ha visto due superpotenze imporre le loro regole al mondo, la Globalizzazione vede un’unica potenza imporre il suo strapotere al mondo. Sarà necessario in primo luogo descrivere il quadro generale in cui si è venuto a trovare il mondo alla fine del 1991 con le relative modificazioni delle istituzioni internazionali, per dedicare poi lo spazio dovuto alla Globalizzazione di cui tanto si parla come soluzione di ogni problema da parte del neo-liberismo trionfante.

Ringraziamenti

La copertina del libro ha per me un triplice significato: innanzitutto un valore affettivo, perché si ispira ad un copriletto, che pensavo di aver regalato a mia figlia, fatto da mia madre e di cui non c’è più traccia. Poi un valore simbolico, a voler rappresentare l’umanità con la sua ricchezza di diversità. Infine, un’indicazione della struttura del libro stesso. E’ questo terzo significato che mi permette di ringraziare tutti coloro verso i quali nutro un debito importante, che mi ha permesso di scrivere questo libro, che altrimenti sarebbe rimasto soltanto un desiderio.

Come si vede, la coperta è costituita da un insieme di quadrati multicolori, che hanno una loro significatività estetica, che mia madre ha successivamente cuciti tra loro, realizzando così una nuova significatività estetica a livello d’insieme. Ebbene i lavori, tutti ispirati ad una visione universalistica, di Immanuel Wallerstein, di Danilo Zolo, di Massimo Livi Bacci, di papa Francesco, di Giorgio Nebbia e di Piero Bevilacqua hanno costituito la sostanza (i quadrati multicolori), di questo libro, e il mio lavoro è consistito nel cucire con il filo rosso della storia e della filosofia, fornitomi dai miei due amici purtroppo scomparsi, Massimo Bontempelli e Costanzo Preve, la “coperta dell’umanità”!

Sia ben chiaro, la metafora non regge fino in fondo. Mia madre è stata ideatrice del copriletto, ha anche ideato e prodotto i quadrati multicolori, e ne ha realizzato infine la composizione, ispirandosi ad un criterio diffuso nella società contadina di cui era originaria, quello cioè di non sprecare i residui della lana utilizzata per fare un maglione o una sciarpa e di trovarne gli utilizzi più vari, maestra com’era di ferri e di uncinetto. Io ho avuto un compito molto più facile, e non sono nemmeno sicuro di aver interpretato correttamente le tesi alle quali mi sono ispirato. Sono sicuro invece che la responsabilità di quanto esposto, è mia e soltanto mia.

Ma non ho ancora finito di ringraziare. Penso agli amici, che nel testo ho chiamato soltanto per nome: Carmine (Fiorillo), Lorenzo (Dorato), Luca (Grecchi). E non c’è bisogno di dire perché. Un ringraziamento particolare lo riservo a mia figlia Silvia, per avermi “costretto” a studiare un tema per me in parte scontato, ma che mi ha riservato molte sorprese e stimoli piacevolissimi. Avrò sicuramente dimenticato qualcuno, ma Paolo (Stecconi), che ha curato la copertina, no!

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